UNA NAZIONALE DA RENDERE VISIBILE

JACOPO CONVITO

Direttore Tecnico della FSSI

Il campo è lo stesso, la passione anche. A cambiare sono le opportunità, il riconoscimento e, ancora troppo spesso, lo spazio concesso a chi lo attraversa.

Jacopo Convito è Direttore Tecnico della Nazionale Italiana Calcio Sordi. Racconta il nuovo ciclo della squadra, i giovani da intercettare, una generazione che vive la sordità in modo diverso e una sfida che va ben oltre il campo: conquistare finalmente lo spazio che questo movimento merita.

Con i ragazzi più giovani entra inevitabilmente in gioco anche il rapporto con le famiglie. Il desiderio di proteggerli può scontrarsi con il bisogno di renderli autonomi?

È una dinamica che conosco bene fin dai tempi in cui ero giocatore. La situazione diventa particolarmente delicata quando un ragazzo entra per la prima volta in contatto con la nostra realtà e trova una famiglia poco collaborativa, magari perché teme che frequentare il mondo dello sport sordi possa in qualche modo allontanarlo dal resto della società. È proprio uno dei pregiudizi che vorrei contribuire a eliminare. La Nazionale, così come il campionato di calcio sordi, non rappresenta un modo per isolarsi. Al contrario, può essere una grande opportunità di crescita, confronto e autonomia. Permette ai ragazzi di affrontare le proprie difficoltà e i propri limiti acquisendo maggiore fiducia e serenità.

Uno degli obiettivi del nuovo ciclo è trovare talenti in tutta Italia. Come si raggiunge un ragazzo che magari gioca già a calcio, ma non sa nemmeno che questa Nazionale potrebbe essere anche la sua?

Questo è probabilmente uno dei nostri obiettivi principali. Abbiamo bisogno di costruire una rete mediatica nazionale che sia attiva e costante nel tempo, arrivando nelle scuole, nei centri sportivi e ovunque possano esserci ragazzi che ancora non conoscono questa opportunità. La nostra realtà deve riuscire a raggiungerli. So, per esempio, che esistono anche alcuni atleti sordi che giocano a livelli importanti nei campionati FIGC, tra Serie C e Serie D, ma che al momento non vogliono avvicinarsi alla Nazionale. Credo che in alcuni casi possa esserci ancora il timore di essere identificati prima per la propria sordità che per il proprio valore sportivo. Un ragazzo che è riuscito a integrarsi completamente nel calcio dei normodotati può forse percepire l’ingresso nel nostro movimento come un passo indietro o come un’etichetta. È una percezione che dobbiamo riuscire a cambiare: giocare per la Nazionale Calcio Sordi non significa rinunciare al percorso che hai costruito, ma aggiungere la possibilità di rappresentare il tuo Paese in una competizione internazionale.

“Non siamo solo una squadra di persone sorde, rappresentiamo in tutti i modi una nazione.”

Mondiale 2027, Europei 2028 e poi le Deaflympics del 2029. Come si costruisce una Nazionale pensando non alla prossima partita, ma ai prossimi anni?

Il nostro vero obiettivo è arrivare preparati alle Deaflympics del 2029 in Grecia. Per noi rappresentano la competizione internazionale più importante in assoluto, paragonabile per valore a ciò che un Mondiale rappresenta per il calcio professionistico. Per arrivarci dobbiamo lavorare nel tempo. Monitoriamo costantemente i progressi dei giocatori nei rispettivi campionati FIGC e utilizziamo i raduni anche per provare tutte le possibili soluzioni tecniche e tattiche. Il Mondiale 2027 e gli Europei 2028 saranno due tappe fondamentali di questo percorso, sia per far crescere la squadra sia in funzione del ranking necessario per arrivare al 2029. Non stiamo quindi costruendo una squadra per una singola competizione. Stiamo cercando di costruire un gruppo.

La tecnologia sta trasformando lo sport. Dove potrebbe fare davvero la differenza nel calcio sordi?

Prima di tutto nella comunicazione. Può aiutarci molto nel rapporto tra staff tecnico e giocatori, sia dentro sia fuori dal campo. Penso, per esempio, alla sottotitolazione istantanea durante le riunioni tecniche o all’utilizzo di slide e contenuti visivi attraverso un videoproiettore. Ma guardando più avanti mi piacerebbe anche sperimentare qualcosa di diverso. Immagino, per esempio, dispositivi indossabili capaci di comunicare attraverso vibrazioni personalizzate, che permettano allo staff di “chiamare” un giocatore durante una partita o un allenamento. Sarebbe interessante capire quanto la tecnologia possa riuscire ad abbattere anche alcune delle barriere che oggi esistono nella comunicazione sul campo.

Il calcio sordi esiste da molto tempo, ma rimane quasi invisibile. Recentemente siete stati anche a San Siro ospiti dell’Inter: quanto contano occasioni del genere e cosa manca perché l’inclusione diventi qualcosa di strutturale?

Il problema della visibilità mediatica esiste ed è ancora molto forte. Parliamo continuamente di inclusione e pari opportunità, ma troppo spesso queste parole trovano poca concretezza. Mi auguro che durante questo nuovo ciclo, insieme alla Federazione, riusciremo a trovare il modo giusto per entrare in un palcoscenico mediatico più importante, come sta accadendo negli ultimi anni allo sport paralimpico e al calcio femminile. La giornata a San Siro è stata bellissima e molto significativa. Essere presenti come rappresentanza della Nazionale FSSI dentro uno stadio storico, seguire il prepartita a bordocampo davanti a circa 70 mila persone, è stata un’esperienza rarissima. Sono molto grato al dottor Bassani per averci dato questa possibilità. Ma occasioni del genere devono essere un punto di partenza, non un punto di arrivo. Perché il messaggio che vogliamo trasmettere è molto semplice: non siamo soltanto una squadra composta da persone sorde. Siamo una Nazionale e rappresentiamo un Paese.

Tra qualche anno, cosa dovrebbe essere successo perché tu possa guardarti indietro e dire: “abbiamo davvero cambiato qualcosa”?

Sono nato sognatore e continuo ad esserlo. Per me qualcosa sarà veramente cambiato quando uno o più ragazzi della nostra Nazionale riusciranno a ottenere un contratto professionistico. Quando saremo rispettati allo stesso modo delle altre Nazionali, senza discriminazioni. E quando potremo partecipare alle grandi iniziative sportive e mediatiche del Paese senza dover ogni volta chiedere, insistere o lottare per ottenere l’attenzione che meritiamo. Quello, per me, significherà che qualcosa è davvero cambiato.

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