Quali sono oggi le tre startup italiane che consideri più promettenti e che dovremmo iniziare a seguire con molta attenzione?
Ci sono già diverse realtà italiane su cui inevitabilmente sono puntati gli occhi dell’ecosistema.
Una è Exein, a Roma, nel mondo della cybersecurity. Ha appena chiuso un round da 270 milioni di dollari raggiungendo una valutazione di 1,7 miliardi: avere un nuovo unicorno italiano è una notizia estremamente positiva per tutto l’ecosistema.
Un’altra è Lexroom, una legal tech che sta crescendo rapidamente: ha raccolto 50 milioni di dollari nell’ultimo round e sta portando avanti un percorso di espansione europea.
Poi guarderei con attenzione anche a startup più giovani che stanno cercando di digitalizzare settori enormi e ancora poco innovati. Penso a Cato, che applica l’intelligenza artificiale alla gestione delle gare d’appalto, o a Pillar, che sta digitalizzando la gestione delle imprese e dei cantieri nel settore delle costruzioni.
E naturalmente ci sono realtà che hanno già raggiunto dimensioni maggiori, come Jet HR, che in pochissimo tempo ha raccolto molto capitale e costruito un team importante.
La cosa interessante, però, è anche ciò che ancora non vediamo sui giornali. La mia community lavora soprattutto nell’early-early stage e negli anni ho visto team partire quasi da zero, prendere qualche batosta, migliorare e poi iniziare a vincere competizioni, raccogliere capitale, assumere e fare le prime vendite.
È lì che probabilmente si trovano alcuni dei nomi che citeremo tra qualche anno.
Immaginiamo di incontrarci di nuovo tra cinque anni e di poter dire che l’Italia è finalmente diventata uno dei Paesi europei in cui vale la pena costruire una startup. Che cosa dovrebbe essere cambiato perché tu possa dire: “ce l’abbiamo fatta”?
Per capire se un ecosistema startup è realmente cresciuto, considero particolarmente significativo un indicatore: la capacità di generare unicorni, ossia imprese innovative che superano il miliardo di valutazione.
Tra qualche anno mi piacerebbe poter guardare all’Italia e vedere che questo non è più un evento eccezionale, ma qualcosa che avviene con maggiore continuità.
Le strade per arrivarci possono essere diverse. Una leva enorme, di cui si parla ancora troppo poco, è per esempio il public procurement. Gianmarco Carnovale di Roma Startup, Ceo di Scuter, ha sottolineato più volte quanto il mercato degli appalti pubblici possa rappresentare un’opportunità per l’innovazione: parliamo di oltre 300 miliardi di euro all’anno soltanto in Italia.
È un mercato gigantesco. Se riuscissimo a creare le condizioni perché una parte maggiore di quella domanda incontrasse startup e soluzioni innovative, potremmo offrire alle nuove imprese qualcosa di essenziale accanto al capitale: clienti, mercato e la possibilità di dimostrare sul campo che le loro soluzioni funzionano.
Un altro fattore importante è la capacità di attrarre in Italia più persone provenienti da altri Paesi, con competenze, esperienze, network e culture del lavoro differenti. Le startup hanno bisogno di contaminazione, movimento e nuove idee. Su questo fronte, rispetto ad altri ecosistemi europei, abbiamo ancora molta strada da fare.
Fortunatamente vedo anche un fermento crescente tra le nuove generazioni. Si stanno moltiplicando i percorsi che avvicinano adolescenti e giovani al mondo delle startup, con esperienze concrete di validazione delle idee e pitching. Io stesso ho creato un percorso formativo a Torino, From Zero to Startup all’interno di ESCP Business School, e penso anche a iniziative come Teen Ventures di Mattia Oliva, Fin4Teen promosso da Sellalab e alle diverse hacker house che stanno nascendo in Italia. Sono segnali incoraggianti: permettono di avvicinarsi all’imprenditorialità molto presto.
Poi c’è il tema dei capitali. Si sta discutendo di come favorire una maggiore allocazione delle risorse dei fondi pensione verso le società di gestione del risparmio e, indirettamente, verso il venture capital. Se questo processo prenderà slancio, potrebbe aumentare in modo significativo il capitale disponibile per investimenti ad alto rischio nelle startup.
Infine, guardo con interesse alla digitalizzazione e alla tokenizzazione delle partecipazioni societarie che potrebbero rendere più agevole lo scambio di quote, favorendo la possibilità di investire, disinvestire e reinvestire. È un’evoluzione che attendiamo e che, se accompagnata da un quadro normativo e operativo adeguato, renderebbe l’ecosistema più dinamico.
Perché alla fine l’obiettivo non è avere più startup sulla carta, più eventi o più persone che parlano di innovazione. È costruire imprese capaci di crescere, competere e diventare grandi.