Hai vissuto la Nazionale prima da giocatore e oggi da Direttore Tecnico. Quando entri nello spogliatoio adesso, cosa vedi che da atleta non riuscivi a vedere?
Da atleta non mi rendevo conto di tutte le difficoltà organizzative ed economiche che ci sono dietro un raduno o la partecipazione a una competizione internazionale, soprattutto quando si cerca di garantire agli atleti il riconoscimento sportivo che meritano. Io ero concentrato soltanto sul campo e sull’onore di rappresentare la maglia azzurra, che per un atleta sordo rappresenta il massimo a cui poter ambire. Lo facevamo soprattutto con sacrificio e passione. Oggi, fortunatamente, sono stati fatti alcuni passi avanti: vengono riconosciuti premi in caso di risultati nelle competizioni internazionali e ci sono maggiori tutele anche per quanto riguarda i permessi lavorativi e scolastici. Da Direttore Tecnico ti rendi conto che per permettere a un atleta di pensare soltanto a giocare c’è tantissimo lavoro che deve essere fatto prima, fuori dal campo.
Hai scelto di puntare molto sui giovani. Che cosa cerchi in loro e quanto è cambiato, rispetto alla tua generazione, il modo di vivere la sordità?
Punterò sempre sui giovani, perché credo che sia l’unico modo per costruire qualcosa che possa durare nel tempo. Non significa soltanto far crescere dei giocatori, ma creare un gruppo che sviluppi sintonia, amicizia e fiducia anche fuori dal campo. Lo sport non è soltanto competizione: è disciplina, rispetto, amicizia. E proprio la disciplina è probabilmente la prima cosa che guardo in un ragazzo. Chi indossa la maglia azzurra deve essere orgoglioso delle proprie capacità, ma deve anche essere capace di trasmettere fiducia ai compagni. Rispetto a quando giocavo io, però, vedo anche una generazione profondamente diversa. Sono passati circa quindici anni e in questo periodo la comunità sorda è cambiata molto. Oggi tanti ragazzi sono maggiormente integrati nella società grazie allo sviluppo delle protesi acustiche e degli impianti cocleari, ma anche grazie a una maggiore inclusione scolastica e sportiva. Quando ero giovane io era più difficile. Spesso dovevi essere forte il doppio per avere qualche possibilità. Oggi i ragazzi hanno più occasioni di essere considerati alla pari degli altri. Ed è un cambiamento enorme.