Andrea Faldella Ogyre

LA STARTUP CHE VUOLE RIGENERARE GLI OCEANI 

ANDREA FALDELLA

CEO e co-founder di OGYRE

Ogyre ha costruito il primo network globale di Fishing for Litter, coinvolgendo comunità di pescatori in quattro continenti per recuperare rifiuti marini e trasformarli in valore. Un modello che unisce tecnologia, economia circolare e impatto sociale, dimostrando che la sostenibilità può diventare motore di sviluppo economico e non solo una risposta alla crisi ambientale.

Andrea Faldella è imprenditore, CEO & co-founder di Ogyre. Dopo oltre dieci anni di esperienza tra finanza, strategia e sviluppo internazionale in contesti multinazionali come General Electric, e un percorso imprenditoriale nel mondo dell’efficienza energetica, ha deciso di trasformare la sua passione per la vela e il mare in un progetto a impatto concreto. 

Ci siamo dati un target di raccolta: recuperare 30 milioni di chili di rifiuti marini entro il 2030.

Invertire la rotta: vi siete dati un obiettivo concreto? 

Ci siamo dati un target di raccolta: 30 milioni di chili di rifiuti marini entro il 2030. Raggiunto questo obiettivo, potremo dire di avere un ruolo rilevante a livello globale nella risoluzione di questa crisi ambientale. Al momento, abbiamo superato il milione di rifiuti marini recuperati. Con il round di finanziamento ottenuto di recente, abbiamo gli strumenti per raggiungere questo importate target. 

 

Al di là del dato quantitativo, qual è l’impatto che vi rende più orgogliosi? 

Il numero in sé racconta solo una parte della storia.  L’aspetto che mi rende più orgoglioso è il lavoro con le comunità locali di pescatori. Sono proprio loro, spesso, le persone più colpite dall’inquinamento dei mari: trovano sempre meno pesce e vedono cambiare l’ambiente in cui lavorano ogni giorno. 

Con Ogyre cerchiamo di creare un impatto sociale concreto. In Brasile, per esempio, lo scorso anno i pescatori coinvolti nelle attività di raccolta dei rifiuti hanno ricevuto compensi pari al 140% di quello che normalmente guadagnerebbero pescando pesce. 

E poi c’è un altro aspetto sorprendente: la velocità con cui la natura riesce a rigenerarsi. In Indonesia, dopo i nostri interventi nelle mangrovie, sono tornate specie di granchi che i pescatori non vedevano da anni. È una dimostrazione molto concreta di quanto rapidamente l’ecosistema possa reagire quando si interviene nel modo giusto. 

Il vostro modello dimostra che anche la plastica abbandonata può diventare una risorsa. Dal rifiuto al valore: è questo cambio di paradigma il vero “game changer” nella lotta alla Plastic Crisis? 

Sicuramente la possibilità di trasformare la plastica recuperata – anche quella degradata – in una nuova materia prima è una parte fondamentale della soluzione. 

Ma il vero cambio di paradigma riguarda il modo in cui guardiamo alla sostenibilità. Per molto tempo è stata percepita come un costo: qualcosa che le aziende dovevano fare per ridurre il danno che producevano. 

Noi stiamo cercando di dimostrare che può diventare invece una fonte di valore. Ogyre è costruita come un modello di business rigenerativo: più cresce l’azienda, più aumenta l’impatto positivo per l’ambiente. 

Questo significa passare da una logica estrattiva – in cui si prende valore dal mondo lasciandolo peggiore di prima – a una logica in cui la crescita economica genera anche benefici sistemici per l’ambiente. 

Ogyre_Ocean Decade

Ogni rifiuto raccolto è tracciato in blockchain e certificato da SGS. Perché la trasparenza è diventata una condizione imprescindibile nella sostenibilità? 

Per noi la tracciabilità è stata fondamentale fin dall’inizio. Operiamo in molti Paesi e spesso in aree remote: avere un sistema che garantisse controllo e affidabilità delle operazioni era essenziale anche per la gestione interna. 

Ma la trasparenza è diventata ancora più importante nel momento in cui abbiamo iniziato a collaborare con grandi brand. In un contesto in cui si parla molto di sostenibilità – e talvolta in modo superficiale – è fondamentale poter dimostrare in modo concreto ciò che si fa. 

Sul nostro sito ogni raccolta è registrata e visibile, pesata per pesata. Non esiste doppio conteggio: se un’azienda finanzia una campagna di raccolta, quei rifiuti vengono attribuiti esclusivamente a quella campagna. 

Questo livello di tracciabilità ci ha permesso di costruire fiducia con partner che fanno della credibilità del proprio brand un valore centrale. 

Essere riconosciuti dall’Ocean Decade delle Nazioni Unite non è solo un endorsement simbolico. Cosa cambia concretamente per Ogyre? 

È sicuramente un riconoscimento molto importante. Significa che il nostro lavoro è valutato e validato secondo gli standard di un’organizzazione internazionale come le Nazioni Unite. 

Per noi rappresenta un posizionamento chiaro: dimostra che operiamo con criteri rigorosi e che il nostro modello è credibile anche a livello globale. 

Siamo inoltre la prima realtà italiana ad aver ricevuto l’endorsement per la challenge Marine Pollution dell’Ocean Decade, dedicata al contrasto dell’inquinamento marino. È una milestone significativa che rafforza ulteriormente la fiducia dei nostri partner. 

Il coinvolgimento di oltre 200 brand alla vostra piattaforma indica che la sostenibilità sta diventando una scelta strategica e identitaria per le imprese, o siamo ancora in una fase sperimentale? 

Credo che sempre più aziende stiano capendo che la sostenibilità non è un costo ma un investimento. 

Le imprese che decidono di integrarla nella propria strategia stanno, di fatto, costruendo il loro posizionamento futuro. Al contrario, chi continua a operare con una logica puramente estrattiva – senza restituire valore al sistema – rischia di trovarsi in difficoltà nel lungo periodo. 

Collaborare con Ogyre permette alle aziende di generare valore ambientale reale e allo stesso tempo di rafforzare la propria identità. È una dinamica in cui tutti possono beneficiare del cambiamento. 

L‘aspetto che mi colpisce è la capacità della natura di rigenerarsi. L’oceano porta con sè un messaggio di speranza: non esistono problemi troppo grandi da affrontare, se si inizia davvero ad agire.

Progetti come la collaborazione con Eagle Pictures, in occasione dell’uscita del film ‘SpongeBob – Un’avventura da pirati’, portano il tema dell’inquinamento marino fuori dai contesti tecnici e dentro l’immaginario collettivo. Quanto è importante lavorare anche sulla sensibilizzazione? 

Una parte fondamentale della nostra missione è proprio rendere visibile questo problema a un pubblico più ampio. 

I bambini e i ragazzi sono i primi interlocutori. Io stesso ho due figli e ho raccontato a scuola quello che facciamo con Ogyre: vedere l’entusiasmo e la curiosità dei ragazzi è stato molto significativo. 

Fortunatamente oggi molte scuole educano già i bambini a comportamenti più responsabili, ma non è così ovunque. In molti Paesi manca ancora una vera cultura della gestione dei rifiuti. 

Per questo lavorare con le comunità locali significa non solo creare opportunità economiche, ma anche contribuire a diffondere una maggiore consapevolezza. 

 

Qual è la lezione più importante che l’Oceano vi ha insegnato in questi anni di lavoro? 

La cosa che mi ha colpito di più è la capacità della natura di rigenerarsi. 

In diversi luoghi dove siamo intervenuti abbiamo visto tornare rapidamente biodiversità e specie che erano scomparse da tempo. È una dimostrazione concreta del fatto che, se agiamo nel modo giusto, gli ecosistemi hanno una straordinaria capacità di recupero. 

Questo porta con sé anche un messaggio di speranza: non esistono problemi troppo grandi da affrontare, se si inizia davvero ad agire. 

L’oceano è probabilmente la risorsa più importante per l’umanità: da lì è nata la vita, e gran parte dell’ossigeno che respiriamo proviene proprio dagli oceani. 

Per questo vale sempre la pena provarci. Se facciamo le cose nel modo giusto, la natura è in grado di rigenerarsi molto più velocemente di quanto pensiamo. 

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