L’INNOVAZIONE NON È UN TEATRO

SIMONE MARTINELLI

Startup Ecosystem Builder

«Per far crescere le startup italiane servono meno vanity metrics e più competenze». Dopo anni tra Asia, corporate e startup, Simone Martinelli ha trasformato il fallimento in una missione: aiutare una nuova generazione di founder a costruire imprese più solide.

Simone Martinelli è uno startup ecosystem builder. Nel 2023 ha fondato Hi!Founders Startup Community, una delle principali community online gratuite italiane dedicate a founder e aspiranti imprenditori. È membro dell’Advisory Board di InnovUp.

Ha lavorato tra Asia, corporate e startup, ha conosciuto il fallimento in prima persona e oggi osserva l’ecosistema italiano da un punto di vista privilegiato: quello di chi segue centinaia di team early stage, condividendo le lezioni apprese con una nuova generazione di founder.

Al centro della nostra conversazione con Simone Martinelli c’è una domanda: che cosa serve all’Italia per passare dal racconto dell’innovazione alla costruzione di imprese capaci di competere sui mercati globali?

Partiamo dalla tua esperienza in Asia, Simone: cosa ti ha insegnato il tuo “viaggio” in Oriente sul modo di fare impresa che ancora oggi ti porti dietro?

In Asia ho avuto la fortuna di lavorare per un imprenditore americano che, oltre a ricoprire un ruolo in una grande corporate, aveva lanciato diverse startup nel Sud-est asiatico.

La prima cosa che ho imparato è stata la velocità di esecuzione. Poi lo spirito di adattamento, la cultura del team e soprattutto l’ownership: mi veniva lasciata molta libertà, ma contava raggiungere i risultati concordati.

Mi è piaciuta anche la capacità di “killare”, cioè interrompere rapidamente le attività che non funzionavano. Senza innamorarsi troppo di quello che si stava facendo: se una strada non portava risultati, si chiudeva e si passava alla successiva. Nel mondo startup è fondamentale. Averlo imparato così presto mi ha aiutato nel resto della carriera.

Rientrato in Italia, hai deciso di dedicare una parte importante del tuo lavoro proprio all’ecosistema startup nazionale. Hai detto che ti faceva “rabbia” vedere il nostro Paese così indietro. Quando questa frustrazione si è trasformata in una missione?

Quando sono rientrato, con Hi!Founders avevamo un obiettivo molto semplice: mettere le startup in contatto con gli operatori giusti.

Fin dall’inizio avevamo deciso di non chiedere soldi alle startup. Io vedo una startup come un seme da annaffiare, non come un frutto da cui cercare immediatamente di raccogliere qualcosa. Il sistema Paese ha bisogno che nascano più imprese innovative, perché significano innovazione, lavoro e nuove opportunità, soprattutto per le nuove generazioni.

Quello che mi faceva arrabbiare era vedere percorsi che chiedevano soldi, equity o moltissimo tempo ai founder, spesso senza restituire un valore proporzionato. E nelle fasi iniziali può essere pericoloso: un founder ha poche risorse e ogni scelta sbagliata può bruciare capitale e mesi di lavoro.

Da qui è nata progressivamente la volontà di aiutare chi si avvicina a questo mondo a orientarsi meglio e a capire quali siano davvero i primi passi da compiere.

Hai usato un’espressione molto forte: in Italia c’è troppo “teatro dell’innovazione”. Che cosa intendi esattamente? E qual è, secondo te, la distanza tra l’innovazione che raccontiamo e quella che riusciamo davvero a costruire?

L’“innovation theater” è un concetto noto nella letteratura sugli ecosistemi startup. Si verifica quando si premiano soprattutto attività che generano vanity metrics, visibilità o una percezione di innovazione, anziché iniziative capaci di creare valore reale per le imprese.

In una certa fase di sviluppo di un ecosistema può essere persino comprensibile. Anche un evento non perfetto, un programma ancora acerbo o un’iniziativa molto orientata alla comunicazione possono contribuire a far parlare di startup e ad attirare attenzione.

Il problema è che, secondo me, l’Italia sta arrivando a un punto di svolta.

Stanno emergendo second e third-time founder, gli investitori sono molto più presenti nell’early stage e iniziamo a vedere round importanti già in pre-seed. A questo punto dobbiamo alzare il livello.

Il rischio del “teatro dell’innovazione” è che a rimetterci sia proprio chi farà impresa in futuro. Un aspiring founder non conosce necessariamente l’ecosistema, può finire nel percorso sbagliato, spendere il proprio capitale e perdere la possibilità — o persino la voglia — di riprovarci.

Ed è una perdita non soltanto per quella persona, ma per tutto il Paese.

Attraverso Hi!Founders e le attività di mentoring hai incontrato moltissime persone che aspirano a fare impresa e team early stage. Qual è la cosa di cui un founder italiano ha davvero bisogno oggi e che l’ecosistema continua a non dargli?

Partirei da un aspetto molto concreto: dobbiamo imparare a raccontare e vendere meglio quello che costruiamo.

Vedo ancora molti founder italiani poco preparati sul pitching. Parlo anche semplicemente della capacità di spiegare in trenta secondi che cosa fa la propria startup e perché dovrebbe interessarmi. Quando ascolti un founder e sembra quasi che non creda lui stesso nel progetto, diventa molto difficile convincere un cliente o un investitore.

Per anni abbiamo ripetuto che in Italia mancavano gli investimenti, soprattutto nel pre-seed e nell’early stage. Oggi quei capitali sono molto più presenti. E secondo me, almeno in parte, quello dei soldi era già prima un falso mito: non mancava soltanto il capitale, mancavano anche founder sufficientemente preparati per raccoglierlo. Io per primo ho commesso questo errore. Pensavo: “Ho una startup, credi in me e investi, poi vedremo”. Ma non funziona così.

Bisogna capire che cosa significhi davvero costruire una startup, quali metriche servano, come validare il mercato e quando abbia senso raccogliere.

E poi servono programmi e mentor realmente capaci di accompagnare questi percorsi. La chiusura dell’esperienza Techstars a Torino e la trasformazione di realtà come B4i e PoliHub all’interno della nuova Tech Europe Foundation stanno cambiando il panorama. In particolare, credo che oggi ci sia spazio per programmi agnostici di qualità, capaci di supportare startup appartenenti a settori molto diversi.

In Italia esistono player eccellenti. Il punto è che questo tipo di supporto non è ancora sufficientemente diffuso.

Hai conosciuto anche il fallimento in prima persona. Guardando oggi le startup da vicino, qual è il confine tra la perseveranza e il momento in cui un founder deve avere il coraggio di ammettere che un’idea non funziona?

Ci sono due momenti molto diversi: prima e dopo aver costituito l’azienda.

Quando la società esiste già è molto più difficile ammettere che qualcosa non stia funzionando. Hai costi, scadenze, responsabilità, persone coinvolte. Io stesso ho provato praticamente di tutto pur di tenere in vita la mia azienda.

Per questo una delle lezioni fondamentali è fare più lavoro possibile prima della costituzione: validare il problema, validare la soluzione e capire se esiste davvero qualcuno disposto a pagare.

Il rischio più grande è innamorarsi della propria idea. Pensare: “Sarebbe bellissimo se questa soluzione esistesse”. Ma il mercato non paga un prodotto soltanto perché sarebbe bello averlo.

Quando non hai validato abbastanza, rischi poi di accettare clienti sbagliati, svenderti o trasformarti in un’azienda di servizi che fa qualsiasi cosa pur di restare a galla. E a quel punto diventa difficile costruire un modello replicabile.

È stato anche il mio errore. Arrivavo da sei anni passati accanto a persone molto capaci nel fare impresa e avevo dato per scontato che bastasse aprire un’azienda e trovare qualche cliente. Ma se quei clienti non sono replicabili e il modello non riesce nemmeno a sostenere gli stipendi dei founder, prima o poi ti esaurisci.

“Una startup è un seme da annaffiare, non un frutto da cui raccogliere subito qualcosa”

Dopo aver visto così tanti progetti nascere, quali sono i segnali che ti fanno pensare: “questo team può davvero costruire qualcosa di grande”?

Il primo è quello che chiamiamo founder-market fit o founder-problem fit: quanto è coerente il team con il mercato e con il problema che vuole risolvere?

Se una persona ha lavorato dieci anni in un settore e decide di costruire una startup proprio lì, parte con un vantaggio enorme. Conosce i clienti, i processi, sa chi prende le decisioni nelle aziende e quali siano i problemi reali. Non significa che chi arriva da fuori non possa farcela, ma parte sicuramente più indietro.

Un altro elemento importante è avere più second o third-time founder. Anche i failed founder sono preziosi per un ecosistema, perché hanno già commesso una quantità enorme di errori e difficilmente li ripeteranno tutti nello stesso modo.

Poi guardo moltissimo il team. I founder devono avere valori, obiettivi e livelli di impegno compatibili. Devono possedere competenze complementari: due CEO o due CTO raramente sono la combinazione ideale.

E soprattutto devono aver affrontato fin dall’inizio le cosiddette hard conversations. Che cosa succede se tra dodici mesi non fatturiamo? Quanto siamo disposti a lavorare? Quali sono i nostri obiettivi personali? Che cosa facciamo se uno dei due vuole andarsene?

Una startup non è un progetto universitario. Potenzialmente può raccogliere centinaia di milioni e vendere in tutto il mondo. Bisogna affrontarla fin dall’inizio con quella serietà.

Infine, attenzione alla compagine societaria. Nelle fasi iniziali è molto facile assegnare quote a persone che in realtà non lavoreranno stabilmente al progetto. Ma una cap table troppo affollata può diventare un enorme problema quando arriva il momento di raccogliere capitale.

Meglio poche persone, realmente coinvolte e capaci di portare valore.

“Vedo ancora molti founder italiani poco preparati sul pitching. Dobbiamo imparare a raccontare e vendere meglio quello che costruiamo”

Quali sono oggi le tre startup italiane che consideri più promettenti e che dovremmo iniziare a seguire con molta attenzione?

Ci sono già diverse realtà italiane su cui inevitabilmente sono puntati gli occhi dell’ecosistema.

Una è Exein, a Roma, nel mondo della cybersecurity. Ha appena chiuso un round da 270 milioni di dollari raggiungendo una valutazione di 1,7 miliardi: avere un nuovo unicorno italiano è una notizia estremamente positiva per tutto l’ecosistema.

Un’altra è Lexroom, una legal tech che sta crescendo rapidamente: ha raccolto 50 milioni di dollari nell’ultimo round e sta portando avanti un percorso di espansione europea.

Poi guarderei con attenzione anche a startup più giovani che stanno cercando di digitalizzare settori enormi e ancora poco innovati. Penso a Cato, che applica l’intelligenza artificiale alla gestione delle gare d’appalto, o a Pillar, che sta digitalizzando la gestione delle imprese e dei cantieri nel settore delle costruzioni.

E naturalmente ci sono realtà che hanno già raggiunto dimensioni maggiori, come Jet HR, che in pochissimo tempo ha raccolto molto capitale e costruito un team importante.

La cosa interessante, però, è anche ciò che ancora non vediamo sui giornali. La mia community lavora soprattutto nell’early-early stage e negli anni ho visto team partire quasi da zero, prendere qualche batosta, migliorare e poi iniziare a vincere competizioni, raccogliere capitale, assumere e fare le prime vendite.

È lì che probabilmente si trovano alcuni dei nomi che citeremo tra qualche anno.

Immaginiamo di incontrarci di nuovo tra cinque anni e di poter dire che l’Italia è finalmente diventata uno dei Paesi europei in cui vale la pena costruire una startup. Che cosa dovrebbe essere cambiato perché tu possa dire: “ce l’abbiamo fatta”?

Per capire se un ecosistema startup è realmente cresciuto, considero particolarmente significativo un indicatore: la capacità di generare unicorni, ossia imprese innovative che superano il miliardo di valutazione.

Tra qualche anno mi piacerebbe poter guardare all’Italia e vedere che questo non è più un evento eccezionale, ma qualcosa che avviene con maggiore continuità.

Le strade per arrivarci possono essere diverse. Una leva enorme, di cui si parla ancora troppo poco, è per esempio il public procurement. Gianmarco Carnovale di Roma Startup, Ceo di Scuter, ha sottolineato più volte quanto il mercato degli appalti pubblici possa rappresentare un’opportunità per l’innovazione: parliamo di oltre 300 miliardi di euro all’anno soltanto in Italia.

È un mercato gigantesco. Se riuscissimo a creare le condizioni perché una parte maggiore di quella domanda incontrasse startup e soluzioni innovative, potremmo offrire alle nuove imprese qualcosa di essenziale accanto al capitale: clienti, mercato e la possibilità di dimostrare sul campo che le loro soluzioni funzionano.

Un altro fattore importante è la capacità di attrarre in Italia più persone provenienti da altri Paesi, con competenze, esperienze, network e culture del lavoro differenti. Le startup hanno bisogno di contaminazione, movimento e nuove idee. Su questo fronte, rispetto ad altri ecosistemi europei, abbiamo ancora molta strada da fare.

Fortunatamente vedo anche un fermento crescente tra le nuove generazioni. Si stanno moltiplicando i percorsi che avvicinano adolescenti e giovani al mondo delle startup, con esperienze concrete di validazione delle idee e pitching. Io stesso ho creato un percorso formativo a Torino, From Zero to Startup all’interno di  ESCP Business School, e penso anche a iniziative come Teen Ventures di Mattia Oliva, Fin4Teen promosso da Sellalab e alle diverse hacker house che stanno nascendo in Italia. Sono segnali incoraggianti: permettono di avvicinarsi all’imprenditorialità molto presto.

Poi c’è il tema dei capitali. Si sta discutendo di come favorire una maggiore allocazione delle risorse dei fondi pensione verso le società di gestione del risparmio e, indirettamente, verso il venture capital. Se questo processo prenderà slancio, potrebbe aumentare in modo significativo il capitale disponibile per investimenti ad alto rischio nelle startup.

Infine, guardo con interesse alla digitalizzazione e alla tokenizzazione delle partecipazioni societarie che potrebbero rendere più agevole lo scambio di quote, favorendo la possibilità di investire, disinvestire e reinvestire. È un’evoluzione che attendiamo e che, se accompagnata da un quadro normativo e operativo adeguato, renderebbe l’ecosistema più dinamico.

Perché alla fine l’obiettivo non è avere più startup sulla carta, più eventi o più persone che parlano di innovazione. È costruire imprese capaci di crescere, competere e diventare grandi.

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