Filippo Ongaro

LE COORDINATE DELLA LONGEVITÀ

FILIPPO ONGARO

Pioniere della medicina antiaging

La longevità è diventata una delle grandi promesse della nostra epoca. Ma al di là di biohacking, integratori miracolosi e nuovi trend del benessere, che cosa signfica davvero vivere bene?

Filippo Ongaro è stato medico degli astronauti presso l’Agenzia Spaziale Europea (ESA) dal 2000 al 2007, primo medico italiano ad ottenere la certificazione in medicina anti­aging in USA, divulgatore scientifico e autore di numerosi bestseller.

Longevità: una parola chiave del dibattito contemporaneo. Se ne parla sui media, sui social, nei centri wellness e nei laboratori di ricerca. Tra biohacking, tecnologie wearable di monitoraggio avanzato e nuovi protocolli “visionari” che promettono di estendere la durata della vita fino a orizzonti sconosciuti (basti pensare al singolare caso di Bryan Johnson), il rischio oggi è quello di perdere di vista una domanda essenziale: che cosa significa davvero aggiungere vita agli anni e vivere bene?

Per ritrovare la bussola su questo tema talvolta nebuloso, abbiamo intervistato Filippo Ongaro, medico e pioniere della medicina anti-aging. 

La longevità deve fondarsi sulla gioia di vivere, non sulla paura di morire.

Oggi la longevità è diventata un tema popolare, quasi una promessa di mercato. Ma se la liberiamo dalle mode, che cos’è davvero? Quali sono le coordinate scientifiche fondamentali per orientarci? 

Con longevità sana intendiamo il mantenimento nel tempo di una buona condizione di fitness complessiva: capacità cardiaca e polmonare, forza e massa muscolare, flessibilità, destrezza, agilità, oltre naturalmente alla funzione cognitiva. 

Da un lato è positivo che ci sia questo hype: ha portato nel mainstream una riflessione su come vogliamo affrontare l’invecchiamento. Fino a poco tempo fa si sperava semplicemente che “andasse bene”. Oggi invece ci chiediamo se sia possibile fare qualcosa. 

La prima distinzione è questa: non si tratta tanto di vivere incredibilmente più a lungo, ma di fare in modo che gli ultimi anni di vita siano caratterizzati da meno cronicità, meno fragilità, meno immobilità. È un tema individuale ma anche socio-economico: una popolazione che invecchia con molte malattie diventa insostenibile. 

Come sempre, quando un tema si apre alla società, arrivano proposte di ogni tipo. Ma dal punto di vista scientifico i pilastri confermati sono sempre gli stessi: nutrizione, allenamento fisico, gestione dello stress e qualità delle relazioni. Tutto il resto può essere interessante, ma ha un impatto sociale molto più limitato. Il solo salto dalla sedentarietà totale a un minimo di movimento produce il massimo ritorno in termini di salute. È lì che si gioca la vera partita. 

 

Tra i pilastri fondamentali della longevità, hai citato anche le relazioni… 

Devo dire che è una di quelle dimensioni che è stata a lungo trascurata, ma è fondamentale. Consideriamo che la qualità percepita delle tue relazioni attorno ai 50 anni è uno dei fattori più predittivi per la tua salute attorno agli 80.  

Io credo che se ne parlerà sempre di più di questo, credo anzi che nei progetti del futuro –  penso ad esempio all’ambito hotellerie, all’ambito senior living, cioè real estate per senior – la parte di relazioni sociali sarà sempre più evidente. La gente vorrà frequentare luoghi dove può incontrare persone interessanti, condividere esperienze. Un aspetto che purtroppo nella nostra era dominata dai social si è azzerato.  

Il mindset della longevità

Cervello, cuore, muscoli: qual è il primo “organo” della longevità? 

Fare una classifica è sempre riduttivo, perché gli organi lavorano in sinergia. Tuttavia, se devo scegliere, oggi direi il muscolo. 

È il tessuto metabolicamente più attivo del corpo. Quando si perde massa muscolare – soprattutto per sedentarietà più che per età  – si alterano metabolismo, assetto ormonale, omeostasi generale. Da lì si innescano processi di invecchiamento che coinvolgono anche altri organi. 

Detto questo, non posso non citare il cervello. È il filtro della nostra esperienza di vita. E oggi sappiamo che mantenere i muscoli significa anche proteggere il cervello. La vecchia contrapposizione “muscoli o cervello” non ha più senso: allenare il corpo sostiene anche la funzione cognitiva.

Viviamo in un’epoca che misura tutto. C’è il rischio che la longevità diventi un’ossessione tecnologica? 

La longevità deve fondarsi sulla gioia di vivere, non sulla paura di morire. Prendersi cura di sé è fondamentale, ma lo si fa per vivere meglio, non per trasformare la cura in uno scopo di vita. Oggi stiamo già assistendo a una tendenza all’ipercontrollo. Il rischio è perdersi nei numeri e trascurare le azioni concrete. Meglio allenarsi di più e monitorare un po’ meno. C’è anche un altro tema: distinguere il segnale dal rumore. Non tutti i dati sono rilevanti, e non tutti sanno interpretarli. Serve equilibrio: prendersi cura di sé senza cadere nell’ansia da controllo. 

 

Forse la cosa più eclatante che viene fuori dalla medicina spaziale è proprio il ruolo del muscolo. L’astronauta in orbita vive un processo di invecchiamento accelerato dovuto alla perdita di massa muscolare.

Sei stato medico degli astronauti presso l’Agenzia Spaziale Europea. In che modo lo spazio è un laboratorio estremo per studiare l’invecchiamento? 

L’esperienza presso l’ESA è servita non solo a me, ma in generale a tutta la comunità scientifica, a comprendere meglio le chiavi dell’invecchiamento, anche perché fino a non tantissimo tempo fa si pensava che questo fosse in larga misura una questione genetica. La genetica sicuramente conta, ma non è l’unico fattore. Gli altri fattori sono più epigenetici, quindi riguardano il nostro stile di vita. 

L’astronauta in orbita vive un processo di invecchiamento accelerato. In sei mesi può perdere massa muscolare e densità ossea in misura paragonabile a diversi anni sulla Terra. Studiare queste dinamiche ha permesso di comprendere meglio cosa accelera e cosa rallenta l’invecchiamento. 

Forse la cosa più eclatante che viene fuori dalla medicina spaziale è proprio il ruolo del muscolo. Nell’astronauta è evidente che è la perdita di muscolo, dovuta all’assenza di gravità, a innescare tutta una serie di conseguenze. Per certi versi, la sedentarietà estrema sulla Terra non è così diversa. Questa esperienza mi ha convinto che la sedentarietà, associata a stress cronico, sia tra i principali acceleratori dell’invecchiamento. 

A proposito di gestione dello stress: avremmo bisogno di qualche consiglio…
Ci sono due livelli di intervento per gestirlo.
A valle: tecniche di rilassamento, respirazione, meditazione, training autogeno, tempo in natura, momenti di svago. Servono a smaltire lo stress accumulato. 

A monte: disinnescare le cause dello stress. Distinguere ciò che è sotto il nostro controllo da ciò che non lo è. Se qualcosa è sotto il mio controllo, non devo preoccuparmene ma occuparmene, quindi agire. Se non è sotto il mio controllo, devo imparare a lasciarlo andare. 

La scrittura riflessiva, il diario, e il supporto di uno psicologo possono essere strumenti molto utili. Non lavorare su questo significa rischiare di sprecare anni in una preoccupazione continua che deteriora la qualità della vita.

Spesso si parla di crescita personale come qualcosa da aggiungere alla quotidianità. Quanto è importante invece imparare a togliere?
È centrale. Le giornate non possono superare le 24 ore. Quando parlo di allenamento o meditazione, do per scontato che si sia fatto spazio eliminando il superfluo. 

Il beneficio maggiore non si ottiene con due ore al giorno di allenamento o di meditazione, ma passando da zero a quindici minuti.   

Il vero freno è la convinzione del “tutto o niente”: se non posso farlo perfettamente, non lo faccio. È un errore.Il cambiamento si innesca un piccolo passo alla volta. 

Guardando al futuro, quali trasformazioni auspichi nella cultura della longevità?
Primo: più responsabilità individuale. La salute è un dono ma anche un compito personale. Non possiamo delegarla completamente al sistema sanitario. 

Secondo: spero che si arrivi a un unico ecosistema della salute. La medicina ha tutti gli strumenti per farlo. Spero che emerga sempre più anche nella medicina un interesse nei confronti della salute e non solo nella cura della malattia. 

Franz Kafka scrisse: “Chiunque conservi la capacità di cogliere la bellezza non diventerà mai vecchio.” Sei d’accordo? 

Alcune ricerche dicono che l’esposizione alla natura produce delle risposte di meraviglia, di soggezione, che sono un antidoto anti-stress.  

Rimanere aperti e pronti a stupirsi delle cose belle credo che possa essere una chiave per vivere meglio. Del resto, se ci pensiamo, è una caratteristica dei bambini. Crescendo ci “diseduchiamo” a questo, iniziamo a dare tutto per scontato, non ci meravigliamo per tutte le reazioni biochimiche che avvengono dentro di noi, anche in questo momento. Guardare un albero e dire: che bellezza! Credo che la nostra società frettolosa faccia un po’ fatica a cogliere questi aspetti. Conservare la capacità di meravigliarsi è una delle chiavi della longevità. 

 

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