Photo Vincenzo Armini

I HAVE A DREAM

VINCENZO ARMINI

Founder di NutriAfrica

NutriAfrica è il sogno di Vincenzo Armini per contrastare la Malnutrizione Acuta Severa Infantile e restituire dignità e futuro a milioni di bambini nel Sud Globale. La sua innovazione, che fonde etica e scienza, è un super alimento terapeutico sostenibile, prodotto direttamente nei paesi più poveri.

Vincenzo Armini, Dottore di Ricerca in Scienze Agrarie e Agroalimentari e fondatore di NutriAfrica ODV.

Che ruolo ha la filiera locale e come è stato accolto il progetto in Uganda?

Attraverso diverse missioni e sopralluoghi in Uganda, abbiamo constatato che gli ingredienti per produrre il NutriMAS sono facilmente reperibili nei mercati locali. Questo significa che i produttori primari – agricoltori e fornitori – vedono nella nostra iniziativa un nuovo sbocco per le loro materie prime.
Un ingrediente particolare è la Spirulina, che non è disponibile ovunque, ma può essere coltivata localmente con tecnologie semplici e a basso costo. Formare persone alla sua produzione può diventare un ulteriore strumento di sviluppo economico locale.

Dal punto di vista tecnico, quali risultati avete ottenuto in termini di conservazione e sostenibilità del prodotto?

Il NutriMAS è una crema alimentare simile a una crema spalmabile. Abbiamo verificato che può conservarsi fino a 3–4 settimane anche senza packaging e senza tecnologie di refrigerazione, resistendo alle alte temperature locali. Questo è fondamentale per una produzione a corto raggio, distribuita in prossimità dei centri di consumo, e perfettamente coerente con l’idea di sostenibilità economica e logistica del progetto.

L’impianto pilota presso la Gulu University in Uganda rappresenta un traguardo importante. A che punto siete oggi?

Abbiamo acquistato l’impianto un anno e mezzo fa e lo abbiamo utilizzato presso l’Università Federico II di Napoli per ottimizzare ulteriormente il processo produttivo. Ora è pronto per essere trasferito in Uganda, alla Gulu University, dove proprio in questi giorni stiamo avviando la produzione locale. È un traguardo molto importante per noi: dopo anni di ricerca, crowdfunding, fundraising e perfezionamento tecnico, finalmente possiamo concretizzare la nostra missione direttamente sul campo.

Il nostro obiettivo è replicare il modello NutriMAS in altri Paesi africani per combattere la malnutrizione con strumenti locali, sostenibili e scientificamente validati.

Dopo l’Uganda, seguirà l’apertura di altri impianti di produzione?

Ora vogliamo consolidare la produzione in Uganda e raccogliere dati sul campo per misurare l’impatto reale del NutriMAS. Successivamente, il nostro obiettivo è replicare il modello in altri Paesi africani, formando competenze locali e costruendo una rete di piccoli impianti autosufficienti. La nostra visione resta la stessa: combattere la malnutrizione con strumenti locali, sostenibili e scientificamente validati.

Quali sono state le sfide più grandi che hai dovuto affrontare lungo il percorso?

Per essere molto franco, direi che una delle difficoltà maggiori è stata trovare persone disposte a credere in un progetto che non genera profitto immediato. Molti sono tiepidi di fronte a iniziative di ricerca con un impatto principalmente sociale. Dal punto di vista scientifico, poi, abbiamo lavorato su matrici alimentari nuove, mai studiate prima. Ogni esperimento era come navigare in un mare sconosciuto, senza mappe né certezze. È stato spesso frustrante, ma la costanza e la convinzione nel valore etico del progetto ci hanno permesso di andare avanti.

Non lasciatevi influenzare troppo da ciò che viene dall’esterno, prestate ascolto a ciò che vi risuona dentro. Sognare ci permette di oltrepassare i limiti imposti e dare forma concreta a visioni nuove.

Quali prospettive vedi per l’espansione di NutriMAS in altri continenti? E qual è il prossimo grande obiettivo di NutriAfrica?

Sicuramente, se vogliamo parlare della tematica della Malnutrizione Acuta Severa, questa purtroppo non riguarda soltanto l’Africa. Anzi, nella fascia del Sud-est asiatico è forse ancora più diffusa che in Africa, specialmente quella infantile. Quindi, sicuramente anche in quei Paesi c’è una forte necessità di implementare impianti produttivi che possano rispondere a determinate esigenze.

Sostanzialmente, il nostro obiettivo –  dopo aver testato l’impianto di Gulu –  sarà verificare la fattibilità di costruire altri impianti, non solo in Uganda ma anche in altri Paesi. Come accennavo, da qui ai prossimi cinque anni vogliamo creare una rete di impianti capillari, non un unico grande polo per Paese, ma tanti impianti piccoli e interconnessi, capaci di dialogare tra loro e sostenersi reciprocamente in base alle necessità produttive.

Questo approccio decentralizzato è per noi fondamentale: oggi solo un terzo del fabbisogno mondiale di alimenti terapeutici a rapido utilizzo (RUTF) viene soddisfatto; i restanti due terzi, circa il 66%, non sono coperti perché la rete di distribuzione delle grandi organizzazioni come ONU e UNICEF non riesce a penetrare capillarmente nei territori. Ecco perché la nostra tecnologia, scalabile e locale, può rappresentare una risposta concreta a questo enorme divario.

Poi aggiungo che, oltre all’ambito alimentare, nei Paesi del Sud Globale ci sono altre due grandi sfide: l’ambiente e l’energia. Noi oggi ci occupiamo di alimenti, ma in futuro il nostro sguardo potrà ampliarsi anche a questi settori, perché sono temi strettamente connessi: produzione alimentare, gestione delle risorse idriche, smaltimento dei reflui, accesso all’energia.
Sono sfide interdipendenti, e NutriAfrica vuole essere pronta a mettersi in gioco anche su questi fronti per contribuire a un modello di sviluppo più sostenibile e autonomo per le comunità locali.

 

Un insegnamento o un mantra che porti sempre con te e che vorresti condividere con i sognatori di domani?

Ascoltare ciò che ci fa risuonare dentro. Molto spesso, in nome dell’utilitarismo e del pragmatismo, tendiamo a soffocare quella voce interiore che ci spinge verso ciò che ci appassiona davvero. Invece, per ritrovare la voglia di vivere e sentirci soddisfatti di noi stessi, dovremmo imparare a guardarci dentro e ad ascoltarci di più, nonostante il bombardamento esterno di richieste e aspettative.

Il mantra che suggerirei è proprio questo: non lasciarsi influenzare troppo da ciò che viene dall’esterno, ma dare ascolto a sé stessi, a ciò che ci rende davvero felici e motivati.
Essere “sognatori” o “utopisti” non è un difetto: può diventare uno strumento potente per vedere oltre l’apparenza, per individuare opportunità e soluzioni che altri non colgono.
Certo, se portato all’estremo può allontanarci dalla realtà, ma se lo usiamo con consapevolezza, sognare ci permette di oltrepassare i limiti imposti e di dare forma concreta a visioni nuove.

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