RESTARE UMANI, ANCHE QUANDO FA MALE

AURORA CAPOROSSI

CEO di COMESTAI

Dalla propria storia alla costruzione di un nuovo modo di accedere alle cure. Una conversazione sui disturbi alimentari, linguaggio e responsabilità: dove l’innovazione non è una parola di moda, ma un impegno concreto verso le persone.

Aurora Caporossi è founder di Animenta e Comestai, realtà attiva nel campo della salute mentale con un modello tech e clinico integrato. Ha costruito la propria leadership attraverso un lavoro profondo su sé stessa, trasformando vulnerabilità in metodo, disciplina in visione e consapevolezza in struttura. Oggi porta avanti un progetto che mette l’impatto prima della retorica e la cura prima di qualsiasi semplificazione.

Parole come “cura”, “ascolto” e “salute mentale” oggi sono sempre più presenti nel racconto pubblico. Come fate, nel lavoro quotidiano, a evitare che parole così importanti diventino etichette o slogan?

Lo evitiamo restando human based.

Per quanto Comestai sia una startup tech, orientata all’innovazione, il nostro lavoro rimane profondamente umano. Le parole che hai citato – cura, ascolto, salute mentale – non sono concetti che usiamo nella comunicazione e poi lasciamo lì. Sono parte integrante del trattamento.

Quando una persona entra in contatto con Comestai, in qualsiasi touchpoint – che sia un social, la piattaforma, un articolo, oppure l’ingresso nel nostro centro fisico a Roma – deve trovare quelle parole attivate. Non scritte. Attivate. Non è uno slogan per noi il concetto di ascolto. È il modo in cui rispondiamo a chi compila un questionario sul sito per iniziare un percorso. È il modo in cui accogliamo un paziente in sala d’attesa. È il modo in cui lavoriamo con la famiglia.

Siamo quasi ossessionati da quello che prova una persona quando chiede aiuto. Perché io lo sono stata. So cosa significa compilare un form del genere. Non è come comprare un libro o un paio di orecchini. È un atto vulnerabile. E quando una persona compie quell’atto, per noi comincia la cura, a 360 gradi.

Secondo te l’innovazione oggi passa più dagli strumenti o dal modo in cui impariamo a usare – e a rispettare – certe parole?

Non voglio sembrare scontata, ma credo che servano entrambe le cose. Senza strumenti non puoi innovare davvero. Ma senza il modo giusto di usare quegli strumenti, l’innovazione resta vuota.

Le parole sono un po’ come l’involucro delle caramelle: fuori c’è la carta, dentro c’è il contenuto. Lo vedo quando facciamo il pitch di Comestai e parliamo di intelligenza artificiale. L’AI è la carta: attira, incuriosisce, sembra la parte più interessante. Ma il vero valore è come la utilizziamo. È il metodo clinico, è il modo in cui quello strumento si inserisce dentro un sistema di cura. È lì che si gioca tutto. Quindi sì, innovazione è tecnologia. Ma è anche responsabilità nel modo in cui scegli di usarla.

Comestai è un progetto che cresce, ma non può permettersi di semplificare troppo. Qual è la cosa più difficile da non perdere quando un progetto che nasce per prendersi cura delle persone inizia a strutturarsi davvero?

La prima cosa che mi viene da dire è: te stessa.

La salute mentale di un founder è qualcosa di cui si parla pochissimo. Quando costruisci una startup, soprattutto in una fase come la nostra, è inevitabile essere ossessionata dall’azienda. Da quello che funziona e, ancora di più, da quello che non funziona. Non c’è un giorno in cui non ci pensi. Sono molto consapevole che non sia sempre sano. Ma fa parte del gioco. Se non ci pensi, ti senti in colpa. E paradossalmente è proprio questa ossessione che ti aiuta a preservare l’autenticità.

Comestai non nasce da clinici. Nasce da chi è stato paziente. Nasce da una storia personale. Dentro l’azienda c’è un pezzo della mia storia, e tradirlo sarebbe tradire qualcosa che ho vissuto sulla mia pelle. Sicuramente, crescendo, dovremo scendere a compromessi. È inevitabile nel percorso di una startup. Ma quei compromessi non possono compromettere la relazione con il paziente. Per noi quella resta la cosa più importante.

Quando una persona ‘ha tutto’, pensiamo che non possa stare male. Ma la sofferenza non ha bisogno di una giustificazione esterna per essere legittima.

In uno dei vostri contenuti su Linkedin scrivete che, quando una persona “ha tutto”, spesso non sente di potersi permettere di stare male. Cosa ci insegna questa immagine sul modo in cui abbiamo imparato a misurare la sofferenza?

Questa frase nasce da qualcosa che mi è stato detto quando mi sono ammalata. Mi è stato detto: “Perché devi causare così tanto dolore alla tua famiglia, tu che hai tutto?” Come se io avessi scelto di ammalarmi.

A sedici anni non lo capisci. Ti senti solo in colpa. Vorresti guarire, ma non ce la fai. E pensi davvero di essere tu il problema. Dodici anni dopo capisci che non hai scelto di ammalarti. Ma nel frattempo ti rendi conto di quanto siamo abituati a misurare la sofferenza con criteri sbagliati.

Abbiamo costruito una società in cui se una persona “ha tutto” — una famiglia, una stabilità economica, un contesto apparentemente sereno — allora non può stare male. Come se il dolore avesse bisogno di una giustificazione esterna per essere legittimo.

I disturbi alimentari, per esempio, sono stati per anni considerati “malattie da ricchi”. C’è perfino uno stereotipo studiato ad Harvard, il SWAG stereotype: l’idea che ne soffrano solo ragazze magre, bianche e benestanti. Ma la realtà è che i disturbi alimentari sono democratici. Non guardano al reddito, all’età, al genere. Il problema è che continuiamo a confondere la sofferenza con il privilegio. Se sembri avere tutto, allora non puoi lamentarti. E questo crea un doppio dolore: quello della malattia e quello della colpa.

Quanto conta il linguaggio quotidiano – quello apparentemente innocuo – nel creare o nel rompere uno stigma? E c’è un passaggio generazionale in questo modo di raccontare il dolore?

Conta tantissimo. Più di quanto immaginiamo. Perché il linguaggio quotidiano costruisce normalità. E quello che diventa normale, smette di essere messo in discussione. Per anni frasi come: “È solo una ragazzina che fa i capricci”, “Vuole attirare l’attenzione”, “Se mangia troppo è perché non ha forza di volontà” sono state considerate commenti quasi banali. In realtà sono bias culturali potentissimi. 

I disturbi alimentari, per esempio, sono stati ridotti a vanità, capriccio, superficialità. Ma sono patologie psichiatriche con il più alto tasso di mortalità tra le malattie mentali, almeno per quanto riguarda l’anoressia nervosa. Quando banalizziamo con le parole, togliamo dignità alla sofferenza.

E sì, c’è anche un passaggio generazionale. Le generazioni precedenti spesso non avevano lo spazio per mettere sé stesse al centro. C’erano altre priorità: il lavoro, la famiglia, la sopravvivenza economica. La sofferenza emotiva rimaneva sotto banco. Oggi c’è più attenzione. Più domande. Più consapevolezza. Ma non significa che il problema sia risolto. Perché viviamo ancora in una cultura che da una parte parla di salute mentale, e dall’altra continua a vendere diete, standard estetici irraggiungibili, app di conteggio calorie, farmaci prescritti con leggerezza. È una contraddizione costante.

Forse la differenza è questa: oggi i disturbi emergono di più. Prima restavano silenziosi. E quando emergono, non possiamo più far finta che siano solo “fasi” o “debolezze”.

Chiedere aiuto non è debolezza. È consapevolezza del proprio limite e il desiderio di non lasciarsi indietro.

Se dovessi spiegare a un bambino perché chiedere aiuto non è un segno di debolezza, ma di attenzione verso sé stessi, che storia racconteresti?

Forse partirei dal mio cane. Quando non riesce a fare qualcosa da solo, non si vergogna. Si ferma. Ti guarda. E aspetta.

Se ha il collare incastrato, se qualcosa gli dà fastidio, se non riesce ad andare avanti, non finge che vada tutto bene. Non fa finta di nulla. Non prova a trascinarsi. Resta lì. E ti guarda come per dire: “Se non mi aiuti, io rimango indietro.” E in quel momento capisci una cosa molto semplice: non è debolezza. È consapevolezza del limite.

Chiedere aiuto non significa essere meno capaci. Significa voler andare avanti senza lasciarsi indietro. E forse lo spiegherei così: non sei fragile perché chiedi una mano, sei attento a te stesso.

Lavorare ogni giorno a contatto con la sofferenza richiede anche una forma di cura personale. C’è qualcosa che ti aiuta a restare ancorata, a non perdere il senso di quello che fai, anche nei momenti più complessi?

Ho scelto di occuparmi di disturbi alimentari solo quando ho avuto la certezza di essere guarita. Sapevo che non sarei stata trascinata dentro dalla sofferenza degli altri.

Ma c’è un’altra cosa che mi tiene ancorata. Quasi tre anni fa ho perso mio padre. Era un imprenditore e lui mi ha insegnato una cosa molto semplice: se vuoi cambiare le regole del gioco, devi inventarti un nuovo gioco. Non puoi giocare con le regole degli altri. Ogni volta che mi trovo davanti a un compromesso, a una scelta difficile, a una pressione esterna, torno lì. Mi ricordo che la direzione è quella.

Le storie che incontriamo ogni giorno sono vicine, familiari, a volte dolorosamente simili alla mia. È facile farsi trascinare. Ma restare “on track” significa non tradire il motivo per cui Comestai è nata. E questo, per me, è il modo più onesto di restare ancorata.

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