Parole come “cura”, “ascolto” e “salute mentale” oggi sono sempre più presenti nel racconto pubblico. Come fate, nel lavoro quotidiano, a evitare che parole così importanti diventino etichette o slogan?
Lo evitiamo restando human based.
Per quanto Comestai sia una startup tech, orientata all’innovazione, il nostro lavoro rimane profondamente umano. Le parole che hai citato – cura, ascolto, salute mentale – non sono concetti che usiamo nella comunicazione e poi lasciamo lì. Sono parte integrante del trattamento.
Quando una persona entra in contatto con Comestai, in qualsiasi touchpoint – che sia un social, la piattaforma, un articolo, oppure l’ingresso nel nostro centro fisico a Roma – deve trovare quelle parole attivate. Non scritte. Attivate. Non è uno slogan per noi il concetto di ascolto. È il modo in cui rispondiamo a chi compila un questionario sul sito per iniziare un percorso. È il modo in cui accogliamo un paziente in sala d’attesa. È il modo in cui lavoriamo con la famiglia.
Siamo quasi ossessionati da quello che prova una persona quando chiede aiuto. Perché io lo sono stata. So cosa significa compilare un form del genere. Non è come comprare un libro o un paio di orecchini. È un atto vulnerabile. E quando una persona compie quell’atto, per noi comincia la cura, a 360 gradi.
Secondo te l’innovazione oggi passa più dagli strumenti o dal modo in cui impariamo a usare – e a rispettare – certe parole?
Non voglio sembrare scontata, ma credo che servano entrambe le cose. Senza strumenti non puoi innovare davvero. Ma senza il modo giusto di usare quegli strumenti, l’innovazione resta vuota.
Le parole sono un po’ come l’involucro delle caramelle: fuori c’è la carta, dentro c’è il contenuto. Lo vedo quando facciamo il pitch di Comestai e parliamo di intelligenza artificiale. L’AI è la carta: attira, incuriosisce, sembra la parte più interessante. Ma il vero valore è come la utilizziamo. È il metodo clinico, è il modo in cui quello strumento si inserisce dentro un sistema di cura. È lì che si gioca tutto. Quindi sì, innovazione è tecnologia. Ma è anche responsabilità nel modo in cui scegli di usarla.
Comestai è un progetto che cresce, ma non può permettersi di semplificare troppo. Qual è la cosa più difficile da non perdere quando un progetto che nasce per prendersi cura delle persone inizia a strutturarsi davvero?
La prima cosa che mi viene da dire è: te stessa.
La salute mentale di un founder è qualcosa di cui si parla pochissimo. Quando costruisci una startup, soprattutto in una fase come la nostra, è inevitabile essere ossessionata dall’azienda. Da quello che funziona e, ancora di più, da quello che non funziona. Non c’è un giorno in cui non ci pensi. Sono molto consapevole che non sia sempre sano. Ma fa parte del gioco. Se non ci pensi, ti senti in colpa. E paradossalmente è proprio questa ossessione che ti aiuta a preservare l’autenticità.
Comestai non nasce da clinici. Nasce da chi è stato paziente. Nasce da una storia personale. Dentro l’azienda c’è un pezzo della mia storia, e tradirlo sarebbe tradire qualcosa che ho vissuto sulla mia pelle. Sicuramente, crescendo, dovremo scendere a compromessi. È inevitabile nel percorso di una startup. Ma quei compromessi non possono compromettere la relazione con il paziente. Per noi quella resta la cosa più importante.