Davide_Violi_Methydor

IL VETTORE ENERGETICO DEL FUTURO

DAVIDE VIOLI

R&D Specialist di MetHydor

La strada per l’idrogeno verde è segnata: l’Ue si è posta l’obiettivo di mettere questo vettore alternativo al centro della transizione energetica. MetHydor punta a renderlo sicuro, versatile e semplice da stoccare con una tecnologia innovativa tutta italiana.

Davide Violi è R&D Specialist di MetHydor, startup genovese nata nel 2021, che fornisce sistemi innovativi di stoccaggio dell’idrogeno a idruri metallici su misura per i settori stazionario, marittimo e dei trasporti.

Semaforo verde. Lo scorso luglio la Commissione europea ha adottato l’atto delegato sull’idrogeno low-carbon, un passo cruciale per stimolare l’avvio di un settore strategico per la transizione energetica. L’Ue si è posta un obiettivo molto ambizioso: produrre almeno 10 milioni di tonnellate di idrogeno rinnovabile entro il 2030. Si tratta di un vettore che non emette CO₂ e che può sostituire (almeno parzialmente) gli idrocarburi in quei comparti difficili da elettrificare, come l’industria pesante e i trasporti a lunga percorrenza. Anche l’Italia si sta muovendo, con il progetto delle 52 “valli dell’idrogeno” finanziate dal PNRR.

In questo scenario si colloca MetHydor, giovane realtà genovese fondata nel 2021, che ha sviluppato una tecnologia innovativa per lo stoccaggio dell’idrogeno allo stato solido attraverso gli idruri metallici. Una soluzione che permette di immagazzinare il gas a bassa pressione e a temperatura ambiente, con elevata densità e massima sicurezza. Ne abbiamo parlato con Davide Violi, R&D Specialist dell’azienda, per capire come l’innovazione italiana può contribuire alla transizione green.

installazione MH | Idrogeno | Methydor
Esempio di installazione dei serbatoi Methydor. Nella foto (parte dx) ci sono 2 serbatoi Hydor S350 che stoccano ciascuno 10 kg di idrogeno ad una pressione inferiore a 30 bar. Questi sono ricaricati da due elettrolizzatori (sulla sx),  l’utenza è una caldaia.

Ci racconti come e perché nasce MetHydor? Qual è stata l’intuizione alla base del vostro progetto?
MetHydor nasce nel 2021 come joint venture, un accordo tra diverse aziende che già da anni facevano ricerca nel campo dell’idrogeno. Alcune di queste realtà avevano iniziato già nel 2007, quindi con un’esperienza consolidata alle spalle, fatta di studi, prototipi e impianti pilota. Dopo la pandemia, le politiche energetiche hanno iniziato a spingere con decisione sull’industrializzazione dell’idrogeno e delle sue applicazioni. È stato allora che si è intravista una nicchia di mercato: lo sviluppo di una tecnologia alternativa allo stoccaggio tradizionale in bombole di gas compresso. Da qui l’idea di puntare sugli idruri metallici, con la convinzione che ci fosse spazio per una soluzione innovativa a livello industriale.

Stoccaggio dell’idrogeno in idruri metallici: ci spieghi, in parole semplici, come funziona questa tecnologia e quali vantaggi porta rispetto ad altre modalità di stoccaggio?
Il nostro prodotto è un serbatoio per stoccare idrogeno. Tradizionalmente l’idrogeno viene immagazzinato come gas compresso, un po’ come avviene con il metano. Il problema è che questo richiede pressioni molto elevate, che in certe applicazioni possono creare difficoltà sia pratiche che normative.

Noi proponiamo un’alternativa: sempre serbatoi, ma che lavorano a pressioni molto più basse, tra i 20 e i 30 bar (contro i 200 e più dello stoccaggio tradizionale). Questo è possibile grazie alla presenza, all’interno, di una lega metallica capace di reagire con l’idrogeno gassoso, trasformandolo in un composto solido. Le nostre leghe funzionano come “spugne”: assorbono l’idrogeno e lo rilasciano quando serve, in condizioni molto più sicure e stabili. Una soluzione concreta per la transizione energetica.

Quali sono oggi i principali ambiti applicativi delle vostre soluzioni?

Tra gli ambiti principali che abbiamo individuato ci sono il navale: yachting e imbarcazioni da lavoro. In questo caso i nostri serbatoi possono anche sostituire il peso della zavorra, con un duplice vantaggio; il ferroviario: treni e locomotive a idrogeno, dove il peso non è un problema e l’idrogeno alimenta una fuel cell collegata al motore elettrico; le stazioni di rifornimento: i nostri sistemi possono fare da buffer di bassa pressione all’interno degli impianti di distribuzione; applicazioni industriali: in aziende che usano idrogeno come gas di processo o intermedio produttivo. Abbiamo già avviato progetti e impianti pilota, in cui l’idrogeno utilizzato è per lo più “verde”, cioè prodotto tramite elettrolisi da fonti rinnovabili.

Il processo di adozione dell’idrogeno come soluzione concreta per la transizione energetica è già iniziato. A livello europeo siamo messi bene, ma serve continuità negli investimenti e nelle infrastrutture.

L’idrogeno viene spesso definito un “game changer” per la transizione energetica: secondo te, qual è la sua reale prospettiva nei prossimi 10-20 anni? Cosa manca oggi perché l’idrogeno possa fare davvero un salto da tecnologia del futuro a soluzione concreta e diffusa?
Il processo è già iniziato, soprattutto grazie ai fondi del PNRR che hanno finanziato numerosi impianti pilota. Nei prossimi dieci anni credo che alcune applicazioni dell’idrogeno si consolideranno, mentre altre verranno abbandonate. Personalmente vedo grande potenziale nel ferroviario e nello stazionario per alimentare comunità o unità residenziali energeticamente autonome. Sull’aviazione, invece, sono più cauto. Le aziende e le startup coinvolte nella filiera dell’idrogeno stanno investendo per consolidare la tecnologia, ma è un processo ancora in corso. Il limite principale resta l’industrializzazione: oggi la tecnologia è matura a livello accademico, ma il costo dell’energia prodotta da idrogeno è ancora troppo alto rispetto a quella da combustibili fossili. Finché non si riuscirà a ridurre questi costi, anche grazie a economie di scala, sarà difficile una diffusione davvero capillare.

L’Italia come si posiziona nella corsa all’idrogeno rispetto ad altri Paesi europei?

In Italia, contrariamente a quanto si pensa, non stiamo andando male. Grazie al supporto pubblico, molti progetti stanno andando avanti e vengono portati a termine. Siamo sostanzialmente allineati a Paesi come Spagna e Germania. Rispetto al Giappone o ad alcuni Paesi asiatici forse siamo più indietro, ma semplicemente perché loro hanno iniziato prima. A livello europeo siamo messi bene, ma serve continuità negli investimenti e nelle infrastrutture.

Nei prossimi dieci anni credo che alcune applicazioni dell’idrogeno si consolideranno. Personalmente vedo grande potenziale nel ferroviario e nello stazionario per alimentare comunità o unità residenziali energeticamente autonome .

Se dovessi convincere un giovane studente o ricercatore ad avvicinarsi al mondo dell’idrogeno, cosa gli diresti per accendere la sua curiosità?
Direi che è un settore affascinante, ma consiglierei di non specializzarsi troppo presto. Esistono master specifici sull’idrogeno, ma rischiano di settorializzare troppo una carriera. Meglio puntare su lauree STEM più ampie, come ingegneria energetica o chimica, e poi approfondire il tema attraverso una tesi o un tirocinio. Così si acquisiscono competenze trasversali, mantenendo più opportunità aperte, senza rinunciare alla possibilità di lavorare concretamente sull’idrogeno. È quello che ho fatto io: ho studiato chimica, ma oggi il mio lavoro è molto vicino a quello di un ingegnere. In questo campo la curiosità e la voglia di sperimentare fanno la differenza.

Cos’è per te l’innovazione?
Per me l’innovazione è lo sviluppo tecnologico finalizzato a migliorare la vita delle persone, ovunque nel mondo. Non si tratta solo di progresso tecnico, ma anche di creare condizioni più eque, ad esempio dando accesso a nuove tecnologie anche a Paesi meno fortunati. Tutta la ricerca dovrebbe avere come obiettivo ultimo il benessere dell’umanità e del pianeta.

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