Renato Caruso

IL TEOREMA DELLA MUSICA

RENATO CARUSO

Compositore e divulgatore scientifico-musicale

Da Pitagora all’intelligenza artificiale, passando per il Big Bang e i videogiochi. Un viaggio nel tempo, dalle corde vibranti dei filosofi greci fino ai codici digitali dell’era moderna, alla scoperta delle connessioni più sorprendenti tra musica, tecnologia e creatività.

Chitarrista, compositore e divulgatore scientifico-musicale, Renato Caruso è un artista che ha fatto dell’incontro tra musica, matematica e tecnologia la cifra distintiva del proprio percorso. È autore di diversi album e saggi, tra cui “L’algoritmo della musica. Da Pitagora all’Intelligenza Artificiale”, pubblicato da Tsunami Edizioni.

«Tutto è numero», sosteneva Pitagora. E la musica, con le sue armonie e proporzioni, sembra dargli ragione. Eppure, la musica è anche corpo, istinto, emozione.

Renato Caruso lo sa bene. Chitarrista, informatico e «matemusicista», da oltre vent’anni esplora le leggi nascoste dietro i suoni.

Nel suo libro “L’algoritmo della musica”  fa incontrare Pitagora e l’intelligenza artificiale, il Big Bang e Super Mario. Un viaggio nel tempo tra scienza e immaginazione, alla scoperta delle connessioni più sorprendenti tra arte, matematica e tecnologia.

Ma se oggi anche un algoritmo può comporre musica, che cosa significa davvero crearla? Ne abbiamo parlato con lui.

Ti definisci un “matemusicista”. Come nasce questa particolare identità, a metà tra musica, matematica e informatica? E cosa ti ha spinto a esplorare il legame tra questi mondi?

Nasce dalla mia doppia formazione musicale e informatica. Ho sempre cercato di comprendere il legame tra numeri e suoni, dalla fisica delle vibrazioni agli algoritmi musicali. Già nel 2006, con la mia tesi di laurea sull’intelligenza artificiale e il jazz, affrontavo questi argomenti. L’Algoritmo della Musica rappresenta quindi una naturale evoluzione di questo percorso. La cosa importante, però, è che quando compongo non penso ai numeri: la mia musica nasce sempre dall’ispirazione.

Nel tuo libro racconti come matematici, astronomi e informatici abbiano contribuito all’evoluzione della musica, spesso in modi del tutto inaspettati. Qual è la storia o la scoperta che ti ha sorpreso di più durante le tue ricerche?

Sicuramente la storia di Hedy Lamarr, celebre attrice di Hollywood che, insieme al compositore George Antheil, sviluppò durante la Seconda guerra mondiale un sistema di comunicazione basato sul salto di frequenza. L’idea utilizzava un principio di sincronizzazione ispirato ai pianoforti automatici. Questa invenzione anticipò alcune tecnologie alla base delle moderne comunicazioni wireless. È un esempio straordinario di come musica, ingegneria e creatività possano incontrarsi.

Con la tua teoria del Big Chord immagini l’universo come un immenso pentagramma, in cui il Big Bang rappresenta il primo grande accordo. Cosa ti ha portato a sviluppare questa affascinante visione del cosmo?

Sono sempre stato affascinato dalla cosmologia e dal rapporto tra musica e natura. Il Big Chord immagina simbolicamente il Big Bang come un grande accordo originario. Da questa visione nasce anche la mia nuova teoria della Musica Cosmologica, secondo cui i concerti dovrebbero svolgersi esclusivamente nei tre giorni del plenilunio: quello precedente, quello della luna piena e quello successivo. Non per ragioni mistiche, ma per recuperare un rapporto con il tempo naturale. La luna, alla quale mi sento da sempre legato, diventa così parte dell’esperienza musicale.

“Immagino l’Universo come un immenso pentagramma. Il Big Bang è stato il grande accordo originario”

Dal Commodore 64 a Super Mario, nel libro racconti anche l’evoluzione della musica nei videogiochi. Perché questo universo è stato un laboratorio di innovazione musicale così importante?

I videogiochi hanno avuto un ruolo fondamentale nell’evoluzione della tecnologia e della musica. Alessandro Baricco, nel suo libro The Game, spiega molto bene come la rivoluzione digitale abbia trasformato strumenti complessi in esperienze semplici, intuitive, quasi dei giochi. Un tempo i computer erano macchine difficili da utilizzare, riservate soprattutto agli specialisti. Oggi, attraverso uno smartphone, chiunque può accedere a tecnologie sofisticatissime senza conoscerne il funzionamento. Questa accessibilità ha favorito una vera democratizzazione del digitale. Anche la musica ha seguito lo stesso percorso: dai primi suoni del Commodore 64 siamo arrivati alle colonne sonore interattive e all’intelligenza artificiale.

Hai affermato che anche all’interno delle formule matematiche esiste un margine di imprevedibilità che rappresenta la vera anima dell’arte. Oggi l’AI può comporre, scrivere testi e persino improvvisare. Ma possiamo parlare di autentica creatività? Cosa distingue una composizione artificiale da un’opera umana?

Siamo ormai vicinissimi al limite della distinguibilità. Ascoltando soltanto un brano, spesso è quasi impossibile capire se sia stato realizzato da un essere umano o dall’IA. Il cosiddetto test di Turing musicale è quindi messo seriamente alla prova. La differenza emerge soprattutto dal vivo: il sudore, il movimento, l’espressione del viso, il sacrificio e l’interpretazione. Come suggerisce la filosofia di Merleau-Ponty, esiste anche un’intelligenza corporea. La musica non è soltanto qualcosa da ascoltare, ma anche da vedere e vivere.

Nel libro dedichi spazio anche a Dead Poets Club, un progetto che utilizza l’intelligenza artificiale per trasformare grandi testi poetici in composizioni musicali. Come funziona concretamente questo processo creativo e quale ruolo mantiene l’intervento umano?

Dead Poets Club è un interessante progetto che utilizza l’intelligenza artificiale per trasformare grandi testi poetici in composizioni musicali. È un esempio di incontro tra letteratura, tecnologia e musica. L’intervento umano rimane fondamentale nella scelta dei testi, nella direzione artistica e nella valutazione dei risultati. L’IA diventa quindi uno strumento creativo, non necessariamente un sostituto dell’artista.

L’intelligenza artificiale sta rendendo la produzione musicale accessibile anche a chi non possiede competenze tecniche. Quali opportunità intravedi per gli artisti emergenti e quali rischi per il mercato?

Viviamo nell’epoca della competenza senza comprensione: possiamo ottenere risultati complessi senza conoscere realmente i processi che li generano. Oggi chiunque può produrre musica senza saper suonare uno strumento. Non riesco ancora a individuare con certezza tutti i vantaggi e gli svantaggi di questa rivoluzione. I piccoli artisti potrebbero essere penalizzati, mentre quelli già affermati potrebbero rafforzarsi ulteriormente. Credo sia necessario attendere una regolamentazione più chiara prima di trarre conclusioni definitive.

“È curioso pensare che Pitagora considerasse il numero il principio di tutte le cose e che oggi siamo tornati proprio ai numeri, attraverso algoritmi capaci di generare musica. Il cerchio tra matematica e musica continua ad allargarsi.”

Se oggi un brano musicale può nascere anche da un algoritmo, chi possiamo considerare il suo vero autore? E come dovrebbero evolvere le regole per tutelare i diritti dei musicisti nell’era dell’intelligenza artificiale?

Credo che bisognerebbe riconoscere il contributo di ciascuno. Se il testo è umano e la melodia è generata dall’IA, sarebbe corretto dichiararlo, distinguendo naturalmente il contributo creativo dalla titolarità giuridica dei diritti. Siamo ancora in una fase di transizione e probabilmente nasceranno nuove forme di tutela e nuove figure professionali. È curioso pensare che Pitagora considerasse il numero il principio di tutte le cose e che oggi siamo tornati proprio ai numeri, attraverso algoritmi capaci di generare musica. In fondo, il cerchio tra matematica e musica continua ad allargarsi.

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