IL LAVORO NON È BIANCO O NERO

AGNESE ROMANI

Founder di Workami

Dalla ricerca di risposte alla capacità di stare nelle sfumature. Una conversazione su ascolto, compromessi consapevoli ed equilibrio umano, in un mondo del lavoro che raramente offre risposte semplici.

Agnese Romani è founder di Workami, progetto nato per creare un ponte tra persone e aziende e ripensare il modo in cui ci si orienta nel lavoro. Psicologa del lavoro, con un background in risorse umane, accompagna individui e organizzazioni in percorsi di ascolto, consapevolezza e scelta, portando il lavoro fuori dalle semplificazioni e dentro una dimensione più umana, fatta di equilibrio e responsabilità personali.

Ci sono momenti in cui il lavoro smette di essere una risposta e diventa una domanda. Non più “cosa devo fare”, ma “come sto”, “cosa sono disposto ad accettare”, “che spazio voglio abitare”. È in questi passaggi che le certezze si incrinano e il bianco e nero lasciano posto a una zona più complessa, ma anche più autentica.

Il lavoro, oggi, non è solo ruolo o performance. È relazione, equilibrio, compromesso. È il luogo in cui si intrecciano ambizioni, limiti personali e fasi della vita che cambiano. Ed è proprio lì che emergono le domande più difficili, quelle che non hanno una risposta giusta valida per tutti.

In questa conversazione, Agnese Romani racconta cosa significa accompagnare le persone senza semplificare il lavoro, restare dentro le sfumature e costruire spazi in cui l’ascolto non sia una parola di moda, ma una pratica quotidiana.

Se dovessi raccontare Workami a qualcuno che non sa nulla di HR, che immagine o metafora useresti per far capire che tipo di spazio è?
La metafora che uso sempre è quella del ponte. A volte dico anche un dizionario, dipende. Ma il ponte rende meglio. Workami nasce proprio da lì: dallo spazio che esiste tra le persone che cercano lavoro — o che lavorano — e le aziende che cercano persone. In mezzo, di solito, ci sono le risorse umane. Io ho lavorato sei anni in HR, quindi per me molte dinamiche erano scontate. Poi mi sono resa conto che per chi stava dall’altra parte non lo erano affatto.

Parlando con amici, parenti, persone che cercavano lavoro, vedevo che esistevano convenzioni granitiche, date per vere ma fondate su niente. C’era una vera e propria non comunicazione tra le due parti.

Workami nasce per questo: per dire “ok, adesso ci sono persone che fanno HR, ma che saltano il tavolo, vengono dalla tua parte e ti aiutano a orientarti”. Quella è stata la scintilla che ha fatto partire tutto.

Prima che Workami diventasse un progetto vero e proprio, c’era una domanda personale che ti portavi dietro sul lavoro o sulle persone? Qualcosa che osservavi spesso e a cui sentivi mancasse una risposta.
Sì, assolutamente. All’inizio tutto partiva sempre da quel ponte: dal rendermi conto che per me alcune cose erano scontate, mentre per gli altri no. Ma da lì le domande sono diventate tantissime. Una su tutte: esiste un posto di lavoro buono? Cioè, esiste davvero un lavoro in cui si sta bene?

E la cosa interessante è che, col tempo, le domande non si sono ridotte. Anzi, si sono moltiplicate. Oggi Workami ha anche una dimensione più psicologica — non clinica — perché mi sono resa conto che le dimensioni del lavoro vanno molto oltre il curriculum.

C’è chi vuole rimanere in un lavoro, chi invece vuole conciliare di più la vita personale, chi ha figli, chi sente il bisogno di cambiare. Le domande esplodono continuamente. E io non so nemmeno se troverò tutte le risposte.

È anche per questo che il progetto procede in modo non lineare. Le persone, secondo me, ti dicono le cose quando gliele chiedi. Una delle mie domande più grandi era: le persone si fideranno di me? Riuscirò a raccontare il mondo del lavoro senza ridurlo a “fa tutto schifo” o “andrà tutto male”?

A questa domanda, in modo molto empirico, ho scoperto che sì: le persone si fidano. E questa cosa mi ha sorpresa. Per tutto il resto, invece, le risposte sono ancora in costruzione.

Nel tuo ambito si parla spesso di cambiamento e trasformazione. Se dovessi spiegare a un bambino cosa significa innovare nel lavoro, che esempio useresti?
Se devo parlare a un bambino, l’immagine che mi viene subito in mente sono i LEGO. Prendere un pezzo che non era stato pensato per una certa funzione e usarlo in un altro modo, ottenendo qualcosa di più bello, più divertente, più interessante con cui giocare.

Per me innovare nel lavoro è molto simile: non inventare per forza qualcosa da zero, ma usare pezzi già esistenti in modo diverso.

Poi c’è un altro esempio che mi ha regalato mia nipote. Oggi ha sedici anni, ma quando era più piccola mi chiedeva che lavoro facessi. Io non gliel’ho mai spiegato davvero. A un certo punto ha detto: “La zia parla con le persone quando hanno mal di pancia perché vanno in ufficio. Poi, dopo che parlano con lei, il mal di pancia passa”.

Per lei l’ufficio era quasi un posto magico. E io, a quanto pare, ero quella che aiutava le persone a stare meglio rispetto a quel posto. Quando l’ho sentita dirlo mi ha fatto ridere, ma ho anche pensato: cavolo, ha capito tutto. Senza che glielo spiegassi.

Il lavoro oggi viene spesso raccontato attraverso fatica, performance, burnout. Tu invece, osservando le persone da vicino, che cosa vedi di bello o di sano che meriterebbe più spazio e protezione?
Secondo me c’è una distinzione importante da fare, anche temporale. Io sono del 1993 e la generazione dei miei genitori ha vissuto un mondo del lavoro completamente diverso. Per questo, spesso, i consigli che ci danno — per quanto dati in buona fede — sono fuori scala rispetto a quello che viviamo oggi.

Una cosa molto positiva del lavoro di oggi è che si può cambiare strada. Una volta era molto più raro: pochi si laureavano e chi lo faceva doveva andare dritto su quella strada. Cambiare significava buttare via tutto.

Oggi invece il mondo del lavoro è molto più fluido. Anche se ti sei laureato in lettere antiche e oggi fai marketing, puoi portarti dietro quelle competenze e usarle in modo diverso. I percorsi sono diventati più integrativi e meno rigidi. Questo ha anche delle conseguenze negative — come una minore stabilità — ma il fatto di poter cambiare senza vivere ogni scelta come una rottura totale è una conquista enorme.

L’altra cosa bella è che ci chiediamo molto di più cosa ci fa stare bene. Non solo nel lavoro, ma in generale nella vita. Io conosco persone di sessanta o settant’anni che dicono: “Ho fatto per quarant’anni un lavoro che mi faceva schifo, ma ho mantenuto la mia famiglia ed era questo che contava”. Era una mentalità molto diffusa.

Oggi l’asticella si è spostata. Le domande sono diventate: sono contento? Sto bene? Mi piace quello che faccio? Ha senso per me stare fino alle otto in ufficio? Sono domande che non tutte le generazioni si sono potute permettere di farsi.

Forse è anche per questo che come generazione siamo così in crisi: perché ci fermiamo, ci guardiamo dentro e ci chiediamo se quello che stiamo facendo ci rende davvero felici. Ma io credo che questa sia anche una parte sana, che andrebbe protetta, non svalutata.

Mettere se stessi al centro non significa ignorare la realtà, ma guardarla con più onestà.

Quando un progetto cresce arrivano strutture, ruoli, aspettative. Secondo te qual è la cosa più difficile da non perdere quando si passa da una fase più spontanea a una più strutturata?
La cosa più difficile da non perdere è proprio la spontaneità. Quella che ti fa sentire che il progetto è ancora vivo.

Qui ti rispondo un po’ a metà tra la founder e la people manager. Secondo me, per chi sta al vertice, la difficoltà più grande è rendersi conto che non tutti sono come te. E che delegare significa accettare che le persone faranno le cose in modo diverso da come le faresti tu.

È normale, è fisiologico. Ma genera molta ansia. Ed è spesso lì che nasce il bisogno di controllo. Stringi la presa, perché pensi che se molli qualcosa si romperà.

Per quanto io, nel mio lavoro, promuova la delega, la comunicazione e la fiducia, da founder ti dico che è difficilissimo. Anche per me. Ho parlato di delega per tutta la mia carriera, eppure mi ritrovo a fare i conti con lo stesso problema. Perché c’è un attaccamento emotivo fortissimo al progetto, e questo può portarti a entrare in sbattimento.

La differenza, forse, è che conoscendomi — anche grazie alla terapia e al fatto che lavoro proprio su questi temi — cerco di mettere dei filtri, di fermarmi, di mettermi nei panni dell’altro. Ma resta complesso.

Se prima empatizzavo soprattutto con i dipendenti, oggi mi trovo a empatizzare sia con chi sta sotto sia con chi sta sopra. E questo cambia molto lo sguardo.

Alla fine, la vera difficoltà è immaginare il tuo progetto con un output diverso da quello che avevi in testa. Perché quando sei founder passi l’80% del tempo a immaginare una realtà che ancora non esiste. Ma non è detto che quella realtà, quando arriverà, sarà esattamente come l’avevi pensata.

E questo vale per tutti i progetti. Le cose possono andare in modo diverso. E diverso non significa per forza peggio.

Spesso si dice che le nuove generazioni sanno dire “no” meglio di chi le ha precedute. Secondo te imparare a dire no è davvero il punto di arrivo, o è solo una tappa di un percorso più complesso nel rapporto con il lavoro?
Secondo me è un’abilità che dovremmo sviluppare tutti molto prima. Dire di no non è affatto semplice, anzi: spesso mette in difficoltà anche chi è in posizioni di potere. Vedo manager dire di no in modo ruvido, quasi aggressivo, proprio perché non sanno gestire quella tensione.

Dire di no ti espone. C’è sempre qualcuno che rimane scontento, ed è una cosa con cui devi fare i conti. Allenarsi a questo è fondamentale, sia per far funzionare il lavoro, sia per difendere se stessi.

Ovviamente non parlo di un no rabbioso o distruttivo. Dire di no bene significa saperlo costruire, spiegare, motivare. È una competenza vera e propria.

Se potessi, la insegnerei a scuola. Davvero. Imparare a dire no in modo sano è una delle basi per avere un rapporto equilibrato con il lavoro e anche con le persone.

In un vostro post scrivete che come utenti ci siamo stufati di sentirci dire che è tutto bianco o tutto nero. Forse il lavoro oggi è soprattutto una questione di compromessi consapevoli. Mi racconti meglio questa tematica?
Sì, il punto è proprio questo. Il mondo del lavoro — soprattutto quello della ricerca di lavoro — per chi non fa questo mestiere è quasi magia nera. Tra ATS, algoritmi, AI, selezione automatizzata, sembra sempre che ci sia qualcosa di invisibile che decide al posto tuo.

Ci sono sicuramente elementi veri e altri molto distorti, ma quello che mi colpisce di più è vedere quante persone arrivano con convinzioni granitiche:
“Non mi chiamano perché ho 20, 30, 40 o 50 anni”,
“Perché vivo al Nord o al Sud”,
“Perché ho fatto un periodo senza lavorare”,
“Perché non ho mai fatto una pausa”.

Queste convinzioni trasformano il lavoro in qualcosa di giusto o sbagliato in modo assoluto. Ma la realtà è che ogni situazione è diversa.

I compromessi esistono, ma non sono per forza una sconfitta. C’è chi oggi lavora 60 ore a settimana e magari sa che tra dieci anni non vorrà più farlo. C’è chi accetta alcune condizioni per fare un lavoro che gli piace, per avere tempo per la famiglia, per costruire qualcosa che sente suo.

Il problema è quando il discorso pubblico riduce tutto a bianco o nero — ed è il 99% di quello che vediamo su LinkedIn. È quasi un placebo collettivo: serve a non sentire l’insicurezza di non avere una direzione chiara come in passato.

Ed è pericoloso, soprattutto per i giovani. Perché allora diventa “è giusto fare la gavetta”, “è giusto lavorare 80 ore”, “è giusto andare a Milano”. Ma non è vero. Dipende se è giusto per te.

Mettere se stessi al centro non significa ignorare la realtà. Se vivi in un paesino di provincia e vuoi fare un lavoro super specifico che lì non esiste, è giusto fare un esame di realtà. Senza quello restano solo belle parole.

Il punto è questo: non esiste un lavoro giusto in assoluto. Esiste un equilibrio consapevole tra quello che sei, quello che vuoi e quello che puoi fare in questo momento della tua vita.

Non esiste un lavoro giusto in assoluto. Esiste un equilibrio consapevole tra quello che sei, quello che vuoi e quello che puoi fare in questo momento della tua vita.

Nel vostro lavoro l’ascolto è un tema centrale. Quando è stata l’ultima volta in cui, nel contesto lavorativo, ti sei sentita davvero ascoltata come persona?
In realtà in tanti modi diversi. Io ormai mi divido sempre un po’ in due, ed è una cosa abbastanza nota.

Con Workami, per quanto mi riguarda, mi sento molto ascoltata dai miei clienti. In parte perché in quel momento sono io a guidare il processo, quindi è anche fisiologico. Ma mi sono accorta che oggi le riflessioni che porto vengono ascoltate davvero perché non do mai una serie di istruzioni del tipo “fai così, così e così”.

Non mi pongo come un’insegnante. Anche se a volte vengo percepita così — anche perché, ad esempio, sto per iniziare un progetto di orientamento in una scuola. Ma credo che quello che dico venga ascoltato perché risuona nelle persone. Non perché io abbia la verità in tasca, ma perché porto il lavoro in una dimensione più umana.

Quindi sì, con i miei clienti mi sento ascoltata, e per fortuna succede spesso.

Dall’altra parte, nelle aziende in cui lavoro, io entro spesso in contesti in cui non esiste ancora un ufficio HR strutturato, oppure in startup e scale-up. Questo mi porta a essere molto a contatto con i CEO e con i founder. E, nella maggior parte dei casi, riesco a costruire un rapporto in cui vengo ascoltata davvero. Non sempre — diciamo che un 16% no — ma nella maggioranza dei casi sì.

Ho sempre lavorato cercando di essere impattante come HR, perché è questo che mi piace del mondo del lavoro. È anche il motivo per cui faccio un ruolo che non è semplice: l’HR prende colpi dall’alto e dal basso, e non gode di una grande reputazione, purtroppo.

Ma proprio per questo, quando l’ascolto c’è, lo senti. E posso dire che, nella media, mi sento abbastanza ascoltata. Ed è una cosa che non do mai per scontata.

Di solito ci presentiamo per il lavoro che facciamo. Se invece dovessi raccontarti partendo da una curiosità, un interesse… da dove partiresti?
Partirei dal fatto che io mi divido sempre in due. È una cosa che ormai mi rappresenta molto.

Da una parte c’è la me più razionale, quasi meccanica: arrivo, smonto il problema, guardo il curriculum, il percorso, il ruolo. All’inizio lavoravo così anche con le persone: tutto molto tecnico, molto ordinato, molto “da processo”.

Poi però mi sono accorta — anche grazie alla mia formazione e soprattutto grazie a quello che mi hanno raccontato le persone — che non è mai solo questo. Dietro a una richiesta apparentemente semplice c’è quasi sempre altro.

La persona che dice “voglio più soldi”, spesso non lo dice solo per una questione economica. Lo dice perché è stanca, perché sente di dare tantissimo e di ricevere poco, perché magari si sente trattata male. Il bisogno economico è solo la superficie.

Io non lavoro in modo clinico — non sono una terapeuta — ma sono in contatto con l’emotività delle persone dal minuto zero di questo progetto. Le persone piangono, raccontano cose molto personali, si aprono. Ed è lì che capisci che il lavoro non è mai solo lavoro.

Forse, se dovessi raccontarmi partendo da una curiosità, direi che mi interessa profondamente come le persone stanno quando lavorano. Cosa succede dentro di loro quando entrano in ufficio, quando cercano un lavoro, quando pensano di dover cambiare. È una curiosità che non si spegne mai. Ed è probabilmente il motivo per cui Workami esiste così com’è.

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