Quando un progetto cresce arrivano strutture, ruoli, aspettative. Secondo te qual è la cosa più difficile da non perdere quando si passa da una fase più spontanea a una più strutturata?
La cosa più difficile da non perdere è proprio la spontaneità. Quella che ti fa sentire che il progetto è ancora vivo.
Qui ti rispondo un po’ a metà tra la founder e la people manager. Secondo me, per chi sta al vertice, la difficoltà più grande è rendersi conto che non tutti sono come te. E che delegare significa accettare che le persone faranno le cose in modo diverso da come le faresti tu.
È normale, è fisiologico. Ma genera molta ansia. Ed è spesso lì che nasce il bisogno di controllo. Stringi la presa, perché pensi che se molli qualcosa si romperà.
Per quanto io, nel mio lavoro, promuova la delega, la comunicazione e la fiducia, da founder ti dico che è difficilissimo. Anche per me. Ho parlato di delega per tutta la mia carriera, eppure mi ritrovo a fare i conti con lo stesso problema. Perché c’è un attaccamento emotivo fortissimo al progetto, e questo può portarti a entrare in sbattimento.
La differenza, forse, è che conoscendomi — anche grazie alla terapia e al fatto che lavoro proprio su questi temi — cerco di mettere dei filtri, di fermarmi, di mettermi nei panni dell’altro. Ma resta complesso.
Se prima empatizzavo soprattutto con i dipendenti, oggi mi trovo a empatizzare sia con chi sta sotto sia con chi sta sopra. E questo cambia molto lo sguardo.
Alla fine, la vera difficoltà è immaginare il tuo progetto con un output diverso da quello che avevi in testa. Perché quando sei founder passi l’80% del tempo a immaginare una realtà che ancora non esiste. Ma non è detto che quella realtà, quando arriverà, sarà esattamente come l’avevi pensata.
E questo vale per tutti i progetti. Le cose possono andare in modo diverso. E diverso non significa per forza peggio.
Spesso si dice che le nuove generazioni sanno dire “no” meglio di chi le ha precedute. Secondo te imparare a dire no è davvero il punto di arrivo, o è solo una tappa di un percorso più complesso nel rapporto con il lavoro?
Secondo me è un’abilità che dovremmo sviluppare tutti molto prima. Dire di no non è affatto semplice, anzi: spesso mette in difficoltà anche chi è in posizioni di potere. Vedo manager dire di no in modo ruvido, quasi aggressivo, proprio perché non sanno gestire quella tensione.
Dire di no ti espone. C’è sempre qualcuno che rimane scontento, ed è una cosa con cui devi fare i conti. Allenarsi a questo è fondamentale, sia per far funzionare il lavoro, sia per difendere se stessi.
Ovviamente non parlo di un no rabbioso o distruttivo. Dire di no bene significa saperlo costruire, spiegare, motivare. È una competenza vera e propria.
Se potessi, la insegnerei a scuola. Davvero. Imparare a dire no in modo sano è una delle basi per avere un rapporto equilibrato con il lavoro e anche con le persone.
In un vostro post scrivete che come utenti ci siamo stufati di sentirci dire che è tutto bianco o tutto nero. Forse il lavoro oggi è soprattutto una questione di compromessi consapevoli. Mi racconti meglio questa tematica?
Sì, il punto è proprio questo. Il mondo del lavoro — soprattutto quello della ricerca di lavoro — per chi non fa questo mestiere è quasi magia nera. Tra ATS, algoritmi, AI, selezione automatizzata, sembra sempre che ci sia qualcosa di invisibile che decide al posto tuo.
Ci sono sicuramente elementi veri e altri molto distorti, ma quello che mi colpisce di più è vedere quante persone arrivano con convinzioni granitiche:
“Non mi chiamano perché ho 20, 30, 40 o 50 anni”,
“Perché vivo al Nord o al Sud”,
“Perché ho fatto un periodo senza lavorare”,
“Perché non ho mai fatto una pausa”.
Queste convinzioni trasformano il lavoro in qualcosa di giusto o sbagliato in modo assoluto. Ma la realtà è che ogni situazione è diversa.
I compromessi esistono, ma non sono per forza una sconfitta. C’è chi oggi lavora 60 ore a settimana e magari sa che tra dieci anni non vorrà più farlo. C’è chi accetta alcune condizioni per fare un lavoro che gli piace, per avere tempo per la famiglia, per costruire qualcosa che sente suo.
Il problema è quando il discorso pubblico riduce tutto a bianco o nero — ed è il 99% di quello che vediamo su LinkedIn. È quasi un placebo collettivo: serve a non sentire l’insicurezza di non avere una direzione chiara come in passato.
Ed è pericoloso, soprattutto per i giovani. Perché allora diventa “è giusto fare la gavetta”, “è giusto lavorare 80 ore”, “è giusto andare a Milano”. Ma non è vero. Dipende se è giusto per te.
Mettere se stessi al centro non significa ignorare la realtà. Se vivi in un paesino di provincia e vuoi fare un lavoro super specifico che lì non esiste, è giusto fare un esame di realtà. Senza quello restano solo belle parole.
Il punto è questo: non esiste un lavoro giusto in assoluto. Esiste un equilibrio consapevole tra quello che sei, quello che vuoi e quello che puoi fare in questo momento della tua vita.