Avete un hub fisico a Monza, in un mondo che nasce digitale. Perché serviva uno spazio reale?
Perché volevamo un luogo che fosse laboratorio e palcoscenico insieme. Da una parte serviva la tecnologia: connettività veloce, set modulari, strumentazione di livello professionale. Dall’altra volevamo che fosse uno spazio familiare, nativo per le piattaforme streaming, diverso dai grandi studi televisivi.
Ospitiamo talent, produciamo format, facciamo regia. È un ecosistema che vive della contaminazione fra chi crea contenuti e chi li pensa. E la scelta di Monza non è casuale: vicinissima a Milano, ma con un ritmo diverso, più sostenibile. Non volevamo aggiungere peso a una città già satura. È stata una scelta di equilibrio e di qualità della vita, per noi e per chi lavora con noi.
Ti è capitato di vivere un episodio, magari con una community o un creator, che ti ha sorpreso e fatto guardare al tuo lavoro con occhi nuovi?
Sì, ed è stato con un pro player di Fortnite. Veniva da un percorso e da esperienze molto diverse dalle mie, con priorità che all’inizio mi sembravano lontane anni luce. È stata una collaborazione intensa, che mi ha costretto a rivedere approcci e tempi, ad allenare la pazienza e soprattutto l’empatia.
Quello che ho capito è che ogni talent ha un mondo interiore e delle esigenze uniche. Il nostro ruolo non è imporre un metodo, ma tradurre bisogni reciproci, cercare un punto d’incontro e costruire valore insieme. Da lì è nata anche una mia convinzione personale: lavorare solo con persone che siano punti di riferimento positivi per la propria community. Perché ogni differenza va accolta, ma ciò che non può mancare è un messaggio costruttivo.
Sempre più aziende guardano a gaming e creator. Dal tuo punto di vista, cosa cercano davvero?
Dietro ogni azienda ci sono persone, e spesso i decision maker restano legati alle loro passioni e comfort zone. Per alcuni può essere il basket, per altri la musica, per altri ancora il gaming. È naturale che portino questi mondi anche nel lavoro.
C’è poi l’effetto-trend: blockchain, metaverso, AI, esports… e adesso tutti guardano al gaming. Non è un male in sé, ma serve consapevolezza. La verità è che le aziende cercano partner capaci di vivere questi fenomeni dall’interno, tutti i giorni. Non basta “seguire l’onda”: serve qualcuno che sappia trasformare un trend in un’occasione concreta, senza snaturare le community. È quello che proviamo a fare: muoverci velocemente, restare allineati al presente e rendere i brand competitivi in un ecosistema che cambia di continuo.