IL PALCO INVISIBILE DEL GAMING

MASSIMILIANO ROSSI

Co-founder e General Manager diDive

Un viaggio dentro il lato vivo del digitale: come nascono format che tengono insieme persone e linguaggi, perché gli spazi fisici contano ancora e cosa cercano davvero i brand quando bussano alle community.

Massimiliano Rossì è un imprenditore del digitale con radici nello sport: laureato in Scienze Motorie con magistrale in Management dello Sport, ha iniziato come team manager e general manager negli esports, per poi fondare una realtà che unisce gaming, creator economy e marketing.

C’è un palcoscenico che non si vede ma che tutti possono abitare: è lo spazio in cui una community smette di essere pubblico e diventa protagonista. Accade quando il digitale non è solo schermo, ma costruzione di format, linguaggi e fiducia reciproca.

Nel gaming questo passaggio è già realtà: dalle dirette in cui il pubblico orienta la narrazione, fino agli eventi fisici che, dopo gli anni sospesi, hanno riportato le persone fianco a fianco. Qui l’innovazione non coincide con la tecnologia, ma con la capacità di creare connessioni autentiche — online e offline — scegliendo qualità e profondità al posto dell’hype.

Ne abbiamo parlato con Massimiliano Rossi: una conversazione su come stare davvero dentro le community senza invaderle, su come si progettano esperienze vive e su dove si muove questo ecosistema in continua evoluzione.

Il rischio oggi è inseguire l’hype: vivere di cicli brevissimi, bruciare format e linguaggi in poche settimane. L’innovazione vera è costruire luoghi più lenti, più umani, dove contano qualità e fiducia.

Se dovessi raccontare la tua realtà come fosse storia, quale sarebbe la scena o l’immagine che la rappresenta meglio?
La immagino come un paladino che difende un mondo spesso frainteso. All’inizio la missione era ridare dignità al gaming in Italia, rompere lo stereotipo del videogioco come semplice passatempo e mostrare ai brand che qui si entra solo rispettando i linguaggi delle community. Chi si muove in modo goffo o calato dall’alto rischia di sembrare un corpo estraneo.

Con il tempo ci siamo scoperti anche noi: non si trattava soltanto di aiutare le aziende a dialogare con i gamer, ma di aprire un canale con le community digitali in senso ampio. È lì che abbiamo trovato la nostra identità, come pionieri che esplorano territori ancora inesplorati. A volte raggiungiamo davvero la meta, altre ci avviciniamo soltanto, ma la spinta resta quella: tracciare strade nuove, con coraggio e visione.

Il gaming è spesso considerato solo intrattenimento. Cosa racconta davvero del nostro modo di stare insieme oggi?
Un tempo il gaming era visto come l’esperienza di una persona sola davanti a uno schermo. Oggi è molto di più: è show, è spettacolo condiviso, è comunità. Ci sono dirette su Twitch in cui il pubblico non si limita a guardare, ma interagisce e influenza la narrazione. È un intrattenimento che non è passivo, perché la community partecipa, commenta, costruisce insieme.

Dopo la pandemia, poi, abbiamo scoperto che il digitale non bastava: le persone avevano un bisogno enorme di ritrovarsi dal vivo. Così il gaming è diventato anche eventi fisici, festival, momenti di incontro. Lì ti accorgi che il videogioco non è solo intrattenimento ma anche educazione, crescita, socialità. Vengo dal mondo sportivo e pedagogico: so bene che il gioco è sempre stato una palestra di apprendimento. Nel gaming succede lo stesso, solo con nuovi linguaggi.

Avete un hub fisico a Monza, in un mondo che nasce digitale. Perché serviva uno spazio reale?
Perché volevamo un luogo che fosse laboratorio e palcoscenico insieme. Da una parte serviva la tecnologia: connettività veloce, set modulari, strumentazione di livello professionale. Dall’altra volevamo che fosse uno spazio familiare, nativo per le piattaforme streaming, diverso dai grandi studi televisivi.

Ospitiamo talent, produciamo format, facciamo regia. È un ecosistema che vive della contaminazione fra chi crea contenuti e chi li pensa. E la scelta di Monza non è casuale: vicinissima a Milano, ma con un ritmo diverso, più sostenibile. Non volevamo aggiungere peso a una città già satura. È stata una scelta di equilibrio e di qualità della vita, per noi e per chi lavora con noi.

Ti è capitato di vivere un episodio, magari con una community o un creator, che ti ha sorpreso e fatto guardare al tuo lavoro con occhi nuovi?
Sì, ed è stato con un pro player di Fortnite. Veniva da un percorso e da esperienze molto diverse dalle mie, con priorità che all’inizio mi sembravano lontane anni luce. È stata una collaborazione intensa, che mi ha costretto a rivedere approcci e tempi, ad allenare la pazienza e soprattutto l’empatia.

Quello che ho capito è che ogni talent ha un mondo interiore e delle esigenze uniche. Il nostro ruolo non è imporre un metodo, ma tradurre bisogni reciproci, cercare un punto d’incontro e costruire valore insieme. Da lì è nata anche una mia convinzione personale: lavorare solo con persone che siano punti di riferimento positivi per la propria community. Perché ogni differenza va accolta, ma ciò che non può mancare è un messaggio costruttivo.

Sempre più aziende guardano a gaming e creator. Dal tuo punto di vista, cosa cercano davvero?
Dietro ogni azienda ci sono persone, e spesso i decision maker restano legati alle loro passioni e comfort zone. Per alcuni può essere il basket, per altri la musica, per altri ancora il gaming. È naturale che portino questi mondi anche nel lavoro.

C’è poi l’effetto-trend: blockchain, metaverso, AI, esports… e adesso tutti guardano al gaming. Non è un male in sé, ma serve consapevolezza. La verità è che le aziende cercano partner capaci di vivere questi fenomeni dall’interno, tutti i giorni. Non basta “seguire l’onda”: serve qualcuno che sappia trasformare un trend in un’occasione concreta, senza snaturare le community. È quello che proviamo a fare: muoverci velocemente, restare allineati al presente e rendere i brand competitivi in un ecosistema che cambia di continuo.

Quando un format riesce a parlare la lingua di chi lo abita, smette di essere un prodotto e diventa un’esperienza condivisa. Ed è lì che succede qualcosa di autentico.

Guardando avanti: qual è la direzione che ti entusiasma e quale rischio invece vorresti evitare?
Mi entusiasma vedere nascere community di qualità, spazi sicuri dove ci si prende il tempo di approfondire. Non è solo intrattenimento: ci sono divulgatori che parlano di storia o di scienza e raggiungono centinaia di migliaia di persone. Questo dimostra che c’è fame di contenuti autentici e ben curati.

Il rischio, invece, è inseguire l’hype: vivere di cicli brevissimi, bruciare format e linguaggi in poche settimane. È una corsa al rumore che lascia poco. Credo che il futuro stia nel costruire luoghi più lenti, più umani, dove contino qualità e fiducia. È lì che nasce davvero innovazione.

Why Now: in un tempo segnato da crisi e trasformazioni sociali, perché pensi che esperienze come quelle che nascono dalla cultura digitale siano importanti proprio adesso?
Perché ci danno alternative. Non siamo più obbligati a subire bombardamenti di titoli o notizie senza respiro: possiamo scegliere community che condividono interessi e valori, dove il confronto è più sano e profondo.

Il digitale ci ha permesso di ricucire relazioni spezzate dalla pandemia e oggi ci offre luoghi dove sentirci parte di qualcosa. Qui si crea valore reale: investire tempo, creatività ed energia in queste esperienze significa restituire senso e appartenenza alle persone. È questo che rende il momento attuale così importante: la possibilità di scegliere comunità che uniscono, anziché dividere.

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