IL VOTO CHE ACCORCIA LE DISTANZE

IRENE PUGLIATTI

Ceo di Eligo Voting

Il digitale non è solo efficienza: può trasformare la partecipazione, rendendo la democrazia più accessibile, frequente e inclusiva. Dalle università ai grandi enti, fino alle associazioni di cittadini, il voto online sta cambiando il nostro modo di sentirci parte di una comunità.

Irene Pugliatti è CEO di Eligo Voting, realtà italiana che dal 2005 sviluppa soluzioni di voto elettronico e democrazia digitale. Con un background legale e manageriale, ha unito esperienza internazionale e sensibilità sociale per guidare un progetto che oggi coinvolge università, ordini professionali, enti locali e grandi aziende.

Negli ultimi anni la fiducia nelle istituzioni è diventata fragile. Disinformazione, polarizzazione, astensionismo crescente: partecipare sembra spesso più difficile che mai. Eppure, nello stesso tempo, emergono storie che mostrano il lato opposto della crisi: quello dell’innovazione che diventa inclusione.

Dal 2005 Eligo Voting lavora su una tecnologia che, con il tempo, si è trasformata in un’infrastruttura di democrazia digitale. Non si tratta semplicemente di sostituire l’urna con un algoritmo, ma di permettere a chi altrimenti resterebbe escluso — studenti, lavoratori lontani, persone con disabilità, comunità distribuite — di partecipare davvero.

Il voto online, nelle parole di Irene Pugliatti, non è solo tecnologia: è cultura. È l’idea che la democrazia possa essere più vicina, più frequente, parte integrante della vita quotidiana.

Inclusione significa non solo rimuovere barriere, ma creare nuove possibilità di partecipazione. Vedere un’associazione di non vedenti gestire da sola l’intero processo di voto è stato il segno che questa tecnologia funziona davvero.

Ogni innovazione nasce da una necessità. Qual è stato il momento in cui hai percepito che il voto digitale non era solo un esperimento tecnologico, ma uno strumento di democrazia reale, capace di rispondere a un bisogno urgente?
Il momento chiave è stato poco prima della pandemia. Noi lavoriamo su questo dal 2005: la prima piattaforma di voto digitale è nata da una richiesta specifica di un cliente, un fondo pensione, e da lì ci siamo resi conto che quella stessa esigenza poteva valere per tante altre realtà. Poi è arrivato il Covid e ha reso evidente a tutti quanto fosse urgente trovare nuove forme di partecipazione. Oggi i nostri mercati vanno dalle università agli ordini professionali, dalle federazioni sportive agli enti locali: la tecnologia di voto può diventare parte della vita quotidiana, un’educazione civica continua.

Viviamo in un’epoca segnata da polarizzazione, fake news e disinformazione. Come si costruisce credibilità quando si chiede alle persone di sostituire l’urna fisica con un clic?
La credibilità nasce dalla trasparenza. Spiegare in modo semplice come funziona la tecnologia è essenziale, ma non basta: servono certificazioni indipendenti e, quando necessario, anche i tribunali hanno confermato la validità dei nostri sistemi. Oggi il voto digitale può essere persino più verificabile e sicuro di quello cartaceo, perché offre strumenti che permettono a ciascun votante di controllare che il proprio voto sia stato correttamente registrato. È un percorso culturale, ma i fatti dimostrano che funziona.

Avete portato il voto online in università, associazioni, enti pubblici. C’è un episodio concreto, un’assemblea o una votazione che ti ha fatto capire che la partecipazione stava cambiando davvero volto?
Ce ne sono stati diversi. Ricordo in particolare le votazioni all’interno di grandi aziende come Enel, dove abbiamo raggiunto il 98% di partecipazione: un risultato impensabile con il cartaceo. Oppure il caso di un’associazione di persone non vedenti, che hanno potuto gestire in autonomia l’intero processo di voto grazie all’accessibilità della piattaforma. Vederli farcela da soli, senza ostacoli, è stata una delle conferme più forti del senso di ciò che facciamo.

Spesso associamo innovazione a software e piattaforme. Ma dietro Eligo c’è anche una trasformazione culturale: il modo in cui ci sentiamo parte di una comunità. Quali resistenze avete incontrato e come le avete superate?
Le resistenze sono state molte, soprattutto all’inizio. L’idea che il digitale possa sostituire un gesto così simbolico come infilare la scheda in un’urna non è facile da accettare. Spesso le contestazioni arrivavano quando i risultati non piacevano, ma in quei casi i giudici hanno confermato la validità dei processi. Oggi non siamo più noi a dirlo, ma enti terzi: ed è così che si costruisce fiducia.

Il voto online non è solo praticità: può significare permettere a chi vive lontano, a chi ha disabilità, a chi non ha tempo o mezzi per spostarsi, di partecipare davvero. Qual è per te l’impatto più tangibile che avete visto in termini di inclusione?
Direi due episodi. Il primo riguarda proprio Enel, con un’affluenza record che ha reso chiaro come la distanza non sia più un ostacolo. Il secondo è quello che citavo sull’associazione di non vedenti: la piattaforma è stata accessibile in ogni fase, sia per i votanti sia per chi gestiva il processo. Inclusione significa questo: non solo rimuovere barriere, ma creare nuove possibilità di partecipazione.

Blockchain, AI, metaverso: tante tecnologie promettono di rivoluzionare la democrazia. Dove vedi valore concreto e dove invece il rischio di illusione?
Molti strumenti sono affascinanti, ma la vera innovazione avanza lentamente. Penso ad esempio alla crittografia quantistica: se oggi è ancora ricerca, domani sarà lo standard che renderà i sistemi ancora più sicuri. Al contrario, blockchain o metaverso sono spesso parole usate per cavalcare l’hype più che per risolvere problemi concreti. Credo che il nostro ruolo sia distinguere tra mode passeggere e reali possibilità, senza smettere di sperimentare ma con senso di responsabilità.

Il mio sogno è che votare diventi parte naturale della vita quotidiana: non un obbligo straordinario, ma un gesto semplice, frequente, che ci fa sentire comunità.

Guidare una realtà come Eligo significa anche portare sulle spalle pressioni e aspettative. C’è una lezione personale che hai imparato in questi anni, qualcosa che ha cambiato il tuo modo di vedere il lavoro e la vita?
Ho imparato che non si può fare tutto da soli. All’inizio tendevo a voler controllare ogni aspetto, poi ho capito che il vero valore è riconoscere i talenti delle persone e lasciare spazio. È un approccio che ti espone al rischio di sbagliare, ma che apre anche la strada a risultati migliori. In fondo, è la stessa logica della democrazia: fidarsi degli altri.

Se non parlassimo di Eligo ma di te: qual è il cambiamento che sogni di vedere nella società nei prossimi anni, e quale contributo personale vorresti lasciare?
Il mio sogno è che votare diventi parte naturale della vita quotidiana. Non solo nei momenti straordinari delle elezioni politiche, ma anche nelle piccole decisioni delle comunità di cui facciamo parte: università, associazioni, ordini, aziende. Vorrei che la partecipazione fosse sentita come un diritto e un piacere, non come un obbligo. Se Eligo e io personalmente riusciremo a dare un contributo in questa direzione, sarà il risultato più grande.

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