LA FAME DI CAMBIARE LE REGOLE

NIMA OULOMI

Founder di TABO

TABO è un’idea cresciuta giorno dopo giorno, fino a diventare una visione concreta. Oggi semplifica l’adozione dell’energia solare in un settore ancora troppo lento, opaco, burocratico. Dietro c’è Nima Oulomi, un founder atipico, con una storia fuori dagli schemi.

Nima Oulomiè il fondatore di TABO, una startup che vuole cambiare il volto del fotovoltaico in Italia con un approccio digitale, accessibile e trasparente. Il suo percorso personale racconta una visione diversa di imprenditoria, fatta di impatto più che di etichette.

C’è chi parla di innovazione e chi la mette in pratica, giorno dopo giorno. Nima Oulomi ha scelto di farlo senza capitali, miti da seguire o scorciatoie. Il suo è un percorso costruito da zero, con alle spalle una famiglia operaia e davanti un settore ancora bloccato da burocrazia e scarsa trasparenza. Con TABO ha dato vita a una realtà concreta che ha già installato oltre 400 impianti fotovoltaici e punta a diffondere una nuova cultura energetica. Lo abbiamo intervistato per capire cosa significa fare impresa senza compromessi e perché la vera innovazione inizia da lì.

TABO non è solo una startup fotovoltaica. In due righe: cosa fate e cosa non siete?
Rendiamo semplice, veloce e trasparente l’adozione del fotovoltaico. Siamo tutto quello che il settore tradizionale non è: niente burocrazia, niente lentezze, niente “fregature nascoste.

Sei partito da solo, senza capitali né investitori. Cos’è che ti ha spinto a fondare TABO?
È stata un’idea che ha cominciato a rosicchiarmi dentro mentre lavoravo nel settore. Non è arrivata come un lampo, ma si è fatta spazio giorno dopo giorno, fino a diventare un’ossessione: validare un modello digitale in un mercato pieno di burocrazia, lento e poco trasparente.

Vieni da una famiglia operaia, hai lasciato l’università, hai fatto esperienza in una PMI. In che modo questa traiettoria, che non è quella “standard” dell’imprenditore tech, ha influenzato la tua idea di impresa?
Vivere in una famiglia operaia ti dà una cosa che non puoi comprare: fame. Non ho mai avuto il mito del founder col pitch perfetto. Ho imparato presto che nessuno viene a salvarti: o ti sporchi le mani o resti fermo. Per me fare impresa vuol dire questo, fare accadere le cose.

Ho imparato presto che nessuno viene a salvarti: o ti sporchi le mani o resti fermo.

Ti ricordi il momento esatto in cui hai deciso che non avresti aspettato nessuno? Che era il momento di farlo, anche da solo?
Quando ho capito che non stavo lasciando il segno. Dove ero, potevo anche fare bene, ma non contava davvero. E io odio la mediocrità. Non mi interessa il ruolo — founder, manager, dipendente o stagista — mi interessa avere un impatto, fare qualcosa che lasci il segno. È lì che ho deciso di rischiare, anche da solo e senza esperienza. E oggi lo dico sempre anche a chi lavora in TABO: qui state lasciando il segno. E non ha prezzo.

C’è stato un istante in cui hai pensato che non avrebbe funzionato? E cosa ti ha fatto tenere la rotta?
Ci penso praticamente ogni giorno. Fa parte del gioco, soprattutto quando provi a costruire qualcosa di diverso da quello che c’è già. Ma la visione e il sogno vincono sempre sul dubbio e sulla paura.

Oggi si parla molto di sostenibilità, ma spesso si rimane su un piano teorico. Per voi che impatto concreto ha avuto il lavoro fatto finora, in termini ambientali ed economici?
Abbiamo già installato oltre 400 fotovoltaici. Sì, potrei parlare di milioni di kg di CO₂ risparmiata o bollette ridotte dell’80%, ma il vero impatto, secondo me, è culturale: stiamo costruendo un brand che spinge le persone a scegliere in modo diverso. Ci seguono tantissime persone, abbiamo un NPS altissimo – realizziamo oltre il 25% del fatturato da passaparola, molti competitor ci copiano – anche se preferisco pensare che si ispirino e basta a TABO. È questo il vero impatto per me.

Secondo te, qual è la più grande bugia che si racconta sul fotovoltaico in Italia?
Prima era “è troppo costoso”. Ora è “non conviene”. Falso. 9 immobili su 10 potrebbero installarlo. Il fotovoltaico oggi è personalizzabile, accessibile e con ROI più rapidi di quanto si pensi. Il problema? Nessuno te lo spiega bene. Per questo esistiamo noi che divulghiamo informazione.

Il vero impatto, secondo me, è culturale: stiamo costruendo un brand che spinge le persone a scegliere in modo diverso.

Nel 2025 volete espandervi, assumere, entrare in nuove regioni. Ma oltre i numeri, cosa deve restare identico in TABO?
L’identità. L’umiltà di chi lavora qui, la fame di fare meglio, il rispetto per chi ci dà fiducia. E poi i fondamentali: trasparenza, velocità, qualità. Senza quelli, TABO non ha senso. Ci stiamo preparando allo scaling, ma la crescita dev’essere assorbibile. Dobbiamo mantenere il nostro DNA anche quando saremo dove vogliamo arrivare.

Qual è l’oggetto che tieni sempre sulla scrivania? E cosa racconta di te?
Una Montblanc. Anche se non la uso. Me l’ha regalata il mio migliore amico, che mi ha anche fatto conoscere questo settore. Ora le nostre strade si sono divise, ma chissà… magari ci ritroveremo in futuro lavorativamente parlando. Quella penna mi ricorda da dove sono partito e dove voglio arrivare.

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