In un momento in cui la moda è piena di dichiarazioni “green”, come si distingue chi fa sostenibilità reale da chi fa solo greenwashing? C’è qualcosa che ti fa ben sperare?
Il greenwashing nasce spesso da ignoranza, in chi comunica e in chi ascolta. La sostenibilità non è una formula matematica, e nella moda — un mondo di apparenze e bisogni indotti — è ancora più complesso. Alcuni designer scelgono valori solidi e li portano avanti, mentre i grandi brand faticano di più per la complessità delle supply chain. Per questo abbiamo creato un framework che assegna attributi specifici per ogni fase: dalla materia prima alla tintura, fino ai processi di finissaggio. Così il designer può capire in quale punto un materiale è più sostenibile e comunicarlo in modo corretto al consumatore. È il nostro modo per contrastare la superficialità che alimenta il greenwashing. Un segnale positivo arriva dai designer che scelgono fin dall’inizio valori di sostenibilità e riescono a portarli avanti con coerenza.
Percepisci un’energia nuova tra chi inizia a progettare oggi? Hai la sensazione che le nuove generazioni vogliano creare per cambiare qualcosa o stanno cercando nuove forme di espressione?
Sì, percepisco una voglia di cambiamento, anche se ci sono contraddizioni. Da un lato crescono piattaforme come Shein e Temu, dall’altro chi inizia oggi sente forte la pressione di salvaguardare il pianeta e desidera esprimere unicità personale. Vedo più apertura alla second hand, alla scelta di capi unici o autoprodotti, anche con tecniche di redesign. È un segnale positivo, pur in un contesto ancora diviso.
Cosa non deve mai mancare nel tuo spazio di lavoro? (Non vale dire il computer).
I materiali da toccare: ho bisogno di lavorare in modo pratico. E i libri — su tessuti, startup, marketing — che posso aprire al bisogno, cercando ogni volta uno spunto utile.