LA SOSTENIBILE LEGGEREZZA DEI PICOSATELLITI

GUIDO PARISSENTI

CEO di Apogeo Space

In un mondo che si dà per connesso, Apogeo Space guarda alle zone che restano indietro. Con una costellazione di picosatelliti progettati e costruiti in Italia, porta connettività e dati dove nessun’altra rete arriva. Dall’agricoltura di precisione alla logistica marittima, il suo impatto è già concreto. E il futuro? È una rete orbitale che diventa parte dell’economia quotidiana.

Guido Parissenti è CEO e co-founder di Apogeo Space, PMI innovativa attiva nel settore della connettività satellitare IoT. Ha contribuito allo sviluppo di missioni per ESA, ASI e NASA, collaborando con istituzioni come INAF, INFN, Politecnico di Milano e Osservatorio Astronomico di Brera.

Quanto tempo serve per costruire un picosatellite? E quanto costa lanciarlo?
I tempi variano, ma possiamo dire che in circa tre mesi siamo in grado di costruirne dieci. I costi di lancio sono più contenuti rispetto ai satelliti tradizionali, ma non sono trascurabili. Un CubeSat 3U (che quindi equivale a nove dei nostri picosatelliti) oggi costa tra i 100 e i 150 mila euro solo per il lancio. Oltre al satellite, ci sono costi nascosti: deployer, servizi di brokerage, assicurazione. La nostra scelta è stata di costruire un’infrastruttura sostenibile nel tempo, indipendente dalle fluttuazioni del mercato del lancio.

Quali settori stanno beneficiando concretamente della vostra rete?
Vediamo un impatto molto forte nell’agricoltura di precisione, nel monitoraggio ambientale e nella manutenzione predittiva di infrastrutture isolate. Un esempio semplice: un container in mezzo all’oceano che continua a inviare la sua posizione, anche senza rete mobile. Oppure una foresta tropicale monitorata in tempo reale. I benefici sono efficienza operativa, riduzione dei costi e, spesso, impatto ambientale positivo.

Pensate anche a servizi consumer in futuro o resterete focalizzati sull’IoT industriale?
Per ora siamo concentrati sull’IoT industriale, perché lì vediamo un impatto immediato e misurabile. Ma la nostra infrastruttura è scalabile e flessibile. In futuro potremmo aprirci a servizi ibridi in ambiti come la sicurezza personale o la tracciabilità. Se il mercato lo chiederà, siamo pronti a rispondere.

Foto team Apogeo Space

In quali mercati operate? E come si distingue il satellite come prodotto dal servizio che offrite?
Costruiamo anche satelliti per conto terzi, ma il nostro core business è la connettività. I satelliti li costruiamo e li lanciamo dagli Stati Uniti, ma restano nostri: non vendiamo hardware, vendiamo servizio. A livello geografico, guardiamo con interesse all’America Latina e alla regione ASEAN – Indonesia, Malesia, Thailandia, ecc – dove c’è una forte mancanza di connettività e un grande bisogno di monitoraggio ambientale. L’Africa, invece, è interessante per l’export diretto di tecnologia, perché lì c’è la volontà di acquisire indipendenza spaziale. Ma siamo ancora agli inizi.

Lo spazio italiano ha una storia forte ma spesso poco conosciuta. Perché questo silenzio?
L’Italia è il terzo contributore dell’ESA, ha contribuito in modo determinante alla costruzione di numerosi moduli della Stazione Spaziale Internazionale, soprattutto nella parte occidentale e ha un lanciatore nazionale, Vega. Eppure, fuori dal settore, queste cose le sanno in pochi. Il problema è duplice: da un lato c’è una comunicazione sbilanciata: tanto hype su Musk, poco spazio all’ecosistema europeo; dall’altro c’è una cultura della rinuncia. Siamo abituati a dirci che “in Italia non funziona nulla”, ma non è vero. Lo spazio italiano è forte, deve solo essere raccontato meglio.

Non è tanto una questione di numeri, quanto di allineamento. Ne formiamo anche tanti di talenti, ma non sempre nelle specializzazioni più richieste. E molti finiscono per lavorare all’estero perché qui le opportunità sono poche o mal distribuite. C’è una moda sull’aerospazio, ma spesso non si capisce di cosa ci sia davvero bisogno. Lo spazio tocca già le nostre vite, ma nessuno lo dice: se puoi ordinare una pizza su JustEat è grazie a un satellite che dà al rider la tua posizione. Se i satelliti sparissero, torneremmo all’Ottocento.

Farsi sedurre dalla complessità è facile. Ma ogni volta che abbiamo semplificato, abbiamo fatto passi avanti

Oggi si parla di New Space Economy. Ma qual è, secondo te, la vera frontiera?
La vera innovazione sarà quando non parleremo più di space economy. Lo spazio diventerà parte della nostra economia quotidiana, come Internet o l’energia. Quando lo spazio sarà considerato un settore dell’economia come tutti gli altri, ad esempio l’automotive, allora avremo fatto davvero un salto.

In tutto questo, che ruolo gioca la sostenibilità? Moda o necessità?
La sostenibilità è reale, ma va distinta in più livelli. Il primo è la sostenibilità interna, come ce l’hanno tutte le aziende. Anche noi stiamo lavorando con una società veneta per il Life Cycle Assessment dei nostri satelliti. Poi c’è l’ambiente orbitale: non è vero che le orbite sono congestionate, ma bisogna comunque fare attenzione per evitare di creare problemi agli altri. Noi facciamo deorbitare i nostri satelliti in tempo, con dispositivi passivi.

Il punto più rilevante, però, è la sostenibilità abilitata. Se permetti il monitoraggio di foreste, incendi, ghiacciai, oceani o CO₂, contribuisci davvero alla decarbonizzazione. Se riesci a rilevare un incendio in Amazzonia prima che diventi gigantesco, puoi dire di aver evitato milioni di tonnellate di CO₂. La connettività satellitare consente tutto questo dove quella terrestre non arriva.

Se dovessi spiegare a un bambino cos’è l’innovazione, cosa diresti?
È trovare un modo nuovo per fare qualcosa che sembrava difficile. Come usare la fantasia con gli stessi mattoncini, o trovare un trucco per allacciarsi le scarpe più in fretta. Non serve magia: servono curiosità, errori, e voglia di riprovare.

C’è un mantra che ti guida o un errore da cui hai imparato?
Due frasi, per me, valgono sempre. “Fallo semplice. Poi fallo meglio.” La semplicità è un punto d’arrivo, non di partenza. E: “Gli errori sono inevitabili. Nasconderli è l’unico vero problema”. Chi sogna ha diritto di sbagliare, ma anche il dovere di imparare.

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