Uber ha incontrato forti resistenze in Italia, soprattutto da parte del mondo taxi. Voi che tipo di ostacoli state trovando e che lezione ne avete tratto?
A differenza di Uber, il nostro modello di van pooling si posiziona in modo complementare rispetto ai servizi esistenti, non in diretta concorrenza con i taxi. Questo ci ha permesso di evitare alcune delle resistenze più forti. Tuttavia, l’innovazione nel settore della mobilità in Italia incontra sempre sfide normative e burocratiche. La lezione principale che abbiamo tratto è l’importanza di lavorare fin dall’inizio con tutti gli stakeholder: istituzioni locali, operatori esistenti, comunità. Abbiamo investito molto tempo nella costruzione di relazioni positive e nel dialogo con le autorità. Un’altra lezione importante è stata l’importanza di comunicare chiaramente il valore sociale del nostro servizio: non siamo solo un’app di mobilità, ma una soluzione che migliora la sicurezza e l’accessibilità della vita notturna urbana, con un impatto sociale positivo.
Se tra dieci anni esistesse davvero una “Wayla generation”, che idea di mobilità incarnerebbe? Sarebbe solo più intelligente, o anche più consapevole, più equa, più umana?
La “Wayla generation” incarnerebbe un approccio alla mobilità che va ben oltre il semplice essere “smart”. Sarebbe una generazione che vedesse la mobilità come un diritto fondamentale, accessibile a tutti indipendentemente dal genere, dall’età o dalla condizione economica. Una generazione consapevole dell’impatto ambientale e sociale delle proprie scelte di mobilità, che preferisce condividere piuttosto che possedere. Sarebbe una visione più umana della mobilità, dove la tecnologia è al servizio delle persone e non viceversa. Immaginiamo città dove muoversi è sinonimo di libertà e sicurezza, dove nessuno deve rinunciare a uscire la sera per paura di non avere un modo sicuro per tornare a casa. E soprattutto, una generazione che vede nella mobilità condivisa non solo una scelta pratica, ma anche un modo per creare connessioni e comunità.