MUOVERSI INSIEME, SENTIRSI LIBERI

CARLO BETTINI

Co-founder e CEO di Wayla

In un’Italia che fatica ancora a pensare la mobilità come un diritto, c’è chi ha deciso di partire da un vuoto reale per costruire una risposta condivisa, accessibile e concreta. È il caso di Wayla, piattaforma di van pooling serale e notturno, nata nel 2023 e oggi in espansione.

Carlo Bettini è co-founder e CEO di Wayla, la prima piattaforma italiana di van pooling serale e notturno. Classe 1993, ha un background in ingegneria gestionale, con esperienze tra innovazione e startup a impatto sociale.

L’idea non è nata in un ufficio, ma tra le strade semivuote di Milano, dopo una serata in cui tornare a casa sembrava più complicato del previsto. È lì che Carlo e gli altri fondatori hanno capito che mancava qualcosa di essenziale: un modo sicuro, accessibile e condiviso per muoversi quando tutto il resto si ferma.

Avere un’intuizione è solo il primo passo. Come si costruisce un progetto solido intorno a quell’idea? E come si comunica senza cadere nel cliché dell’ennesima app?
La nostra strategia è stata quella di far toccare con mano l’esperienza Wayla. Invece di limitarci a presentazioni e fogli di calcolo, invitiamo le persone a provare direttamente il servizio, a fare un giro sui nostri van e a sperimentare l’app. Comunichiamo attraverso storie reali e feedback degli utenti, mostrando l’impatto concreto che abbiamo sulla vita delle persone. Il nostro focus sulla sicurezza, in particolare per le donne, che rappresentano la maggior parte dei nostri utenti, ci distingue da una semplice app di mobilità: Wayla risponde a un’esigenza sociale concreta.

Vi definite una piattaforma per la mobilità condivisa, ma anche per la libertà. Puoi spiegarci meglio questo concetto?
Per noi libertà significa potersi muovere in città a qualsiasi ora senza preoccupazioni. Significa poter uscire la sera e sapere che c’è un modo sicuro e conveniente per tornare a casa. Specialmente per le categorie più vulnerabili, come le donne che si spostano da sole di notte, Wayla offre questa libertà. Con le nuove normative del codice della strada più restrittive sul consumo di alcol, diamo anche la libertà di godersi una serata senza doversi preoccupare di guidare. La mobilità condivisa inoltre libera le persone dai costi e dai vincoli dell’auto privata, contribuendo a un modello di città più sostenibile e vivibile.

La Wayla generation incarnerebbe un approccio alla mobilità che va ben oltre il semplice essere smart. Una generazione che preferisce condividere piuttosto che possedere.

Wayla è pensata solo per grandi città come Milano oppure immaginate uno sviluppo anche nei centri più piccoli?
Abbiamo scelto Milano come città di lancio perché presenta le caratteristiche ideali: grande affluenza di giovani, vita notturna attiva e gap nel trasporto pubblico notturno. Il nostro obiettivo è prima di tutto consolidare la nostra presenza a Milano, estendendo progressivamente il servizio in tutte le zone della città. Successivamente, puntiamo a espanderci in altre grandi città italiane con caratteristiche simili. Per quanto riguarda i centri più piccoli, da giugno il servizio di Wayla è arrivato anche a Monza e Brianza.

Oggi ci sono molte alternative all’auto, ma resta comunque il mezzo più utilizzato. Quanto dipende dalla cultura e quanto da una reale mancanza di alternative?
È un mix di entrambi i fattori. In Italia c’è certamente una forte cultura dell’auto privata, radicata da decenni. Tuttavia, c’è anche una reale mancanza di alternative valide, soprattutto in determinate fasce orarie e zone. Il trasporto pubblico notturno è spesso carente o inesistente, i taxi sono costosi e non sempre disponibili, soprattutto nei fine settimana. Notiamo però che quando esistono alternative concrete, sicure e convenienti, le persone sono pronte a cambiare le loro abitudini. Lo dimostra il successo che stiamo avendo con Wayla: offriamo una soluzione a un problema reale e le persone hanno risposto positivamente. Sta emergendo un cambio generazionale nella percezione della mobilità, con i giovani sempre più aperti a modelli di trasporto condiviso.

Foto team Wayla

Il vostro servizio parte in orari serali, quando spesso muoversi in città diventa più complicato, soprattutto per chi si sposta da sola o non ha comode alternative. È un modo per colmare un vuoto reale nei servizi esistenti?
Assolutamente sì. Abbiamo identificato proprio nella mobilità notturna uno dei gap più significativi nel sistema dei trasporti urbani. Il nostro servizio opera da mercoledì a sabato dalle 19:00 alle 3:00 e la domenica dalle 17:30 alle 3:00, proprio per colmare quel vuoto. In queste fasce orarie, le metro chiudono, gli autobus sono rari, i taxi sono presi d’assalto e costosi. Per chi non ha un’auto o preferisce non guidare, soprattutto dopo aver bevuto, le opzioni sono limitate. La sicurezza è un aspetto cruciale.

L’Europa spinge verso un modello in cui i mezzi si integrano tra loro: treno, bici, car sharing, trasporto pubblico. In questo scenario, vi sentite parte del sistema o una proposta alternativa?
Ci vediamo decisamente come parte di un ecosistema integrato di mobilità. Wayla non vuole sostituire il trasporto pubblico o altri servizi esistenti, ma integrarsi con essi per offrire una soluzione completa. Crediamo fermamente nella “coopetition” (cooperazione tra competitor) come modello di crescita per il settore. Stiamo già costruendo collaborazioni con aziende e organizzatori di eventi per offrire soluzioni integrate per le loro necessità di mobilità. Il futuro della mobilità urbana è un sistema in cui diversi servizi (trasporto pubblico, micromobilità, van pooling, car sharing) lavorano insieme per offrire un’esperienza fluida e sostenibile. In questo scenario, Wayla si posiziona come anello di congiunzione.

Quando crei qualcosa che risolve un problema reale che tu stesso hai sperimentato, la motivazione che ti spinge è molto più forte e autentica.

Uber ha incontrato forti resistenze in Italia, soprattutto da parte del mondo taxi. Voi che tipo di ostacoli state trovando e che lezione ne avete tratto?
A differenza di Uber, il nostro modello di van pooling si posiziona in modo complementare rispetto ai servizi esistenti, non in diretta concorrenza con i taxi. Questo ci ha permesso di evitare alcune delle resistenze più forti. Tuttavia, l’innovazione nel settore della mobilità in Italia incontra sempre sfide normative e burocratiche. La lezione principale che abbiamo tratto è l’importanza di lavorare fin dall’inizio con tutti gli stakeholder: istituzioni locali, operatori esistenti, comunità. Abbiamo investito molto tempo nella costruzione di relazioni positive e nel dialogo con le autorità. Un’altra lezione importante è stata l’importanza di comunicare chiaramente il valore sociale del nostro servizio: non siamo solo un’app di mobilità, ma una soluzione che migliora la sicurezza e l’accessibilità della vita notturna urbana, con un impatto sociale positivo.

Se tra dieci anni esistesse davvero una “Wayla generation”, che idea di mobilità incarnerebbe? Sarebbe solo più intelligente, o anche più consapevole, più equa, più umana?
La “Wayla generation” incarnerebbe un approccio alla mobilità che va ben oltre il semplice essere “smart”. Sarebbe una generazione che vedesse la mobilità come un diritto fondamentale, accessibile a tutti indipendentemente dal genere, dall’età o dalla condizione economica. Una generazione consapevole dell’impatto ambientale e sociale delle proprie scelte di mobilità, che preferisce condividere piuttosto che possedere. Sarebbe una visione più umana della mobilità, dove la tecnologia è al servizio delle persone e non viceversa. Immaginiamo città dove muoversi è sinonimo di libertà e sicurezza, dove nessuno deve rinunciare a uscire la sera per paura di non avere un modo sicuro per tornare a casa. E soprattutto, una generazione che vede nella mobilità condivisa non solo una scelta pratica, ma anche un modo per creare connessioni e comunità.

Cosa hai imparato su di te costruendo Wayla?
Affrontare le sfide del settore della mobilità in Italia richiede una determinazione costante e la capacità di adattamento rapido. Ho scoperto quanto sia potente lavorare con un team che condivide la stessa visione e passione. Ho imparato a valorizzare il feedback diretto degli utenti come la guida più preziosa per migliorare il servizio. Forse la lezione più importante è stata capire che quando crei qualcosa che risolve un problema reale che tu stesso hai sperimentato, la motivazione che ti spinge è molto più forte e autentica. Ogni volta che ricevo un messaggio da un utente che ci ringrazia per avergli permesso di tornare a casa in sicurezza, sento che tutto l’impegno e le difficoltà ne sono valsi la pena.

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