Se dovessi descrivere in tre aggettivi il leader nell’era dell’intelligenza artificiale, quali sceglieresti? E come si coltivano, nella pratica, queste qualità?
I tre aggettivi che sceglierei sono: Curatore, Anti-Fragile e Coraggioso. Sono, di fatto, l’esatto antidoto per non diventare un “Manager-Calcolatrice”, l’archetipo che descrivo nel mio romanzo.
Il leader deve essere un Curatore, non più un semplice manager. Il manager controlla le risorse; il curatore coltiva il talento, le relazioni e la strategia. L’AI gestisce l’efficienza, il curatore gestisce il significato. Si coltiva praticando l’Intelligenza Emotiva: smetti di fare colloqui di valutazione basati sui KPI, chiedi “Come stai davvero?” e ascolta la risposta.
Poi deve essere Anti-Fragile. Il leader del passato era “robusto”, resisteva agli shock. Quello del futuro migliora con lo stress, il caos e l’incertezza, vedendo l’errore non come un disastro, ma come informazione. Si coltiva abbracciando la Creatività Strategica: invece di investire tutto nel “piano perfetto”, adotta la “strategia del bilanciere”, mettendo il 90% delle risorse sul sicuro e usando il 10% per fare piccole scommesse folli ad alto potenziale di apprendimento.
Infine, deve essere Coraggioso. L’AI ci fornirà sempre la soluzione più efficiente, ma non sempre quella giusta. Serve coraggio per dire “no” a un algoritmo che ottimizza i costi a scapito delle persone. Si coltiva allenando il Giudizio Etico: chiediti prima di ogni decisione “Sarei orgoglioso di raccontare questa scelta a mio figlio?” e cerca attivamente il dissenso intelligente. È quella che nel mio romanzo chiamo la “voce di Elena”: la persona che ti mette a disagio ponendo la domanda scomoda, ma che alla fine ti salva dal disastro.
Nel tuo Osservatorio parli del 2030 come “Anno Zero” della robotica. Quale sarà, secondo te, l’impatto più profondo di questa rivoluzione e come possiamo governarla?
Sì, parlo del 2030 come “Anno Zero” perché è il momento in cui due curve si incontreranno in modo esplosivo: il costo dell’hardware, come sensori e motori, diventerà irrisorio, e l’intelligenza del software, la cosiddetta “Embodied AI”, sarà in grado di tradurre un comando vocale in un’azione fisica complessa. Sarà il “momento smartphone” della robotica.
L’impatto più profondo non sarà solo l’automazione delle fabbriche, quello è già successo. Sarà la democratizzazione della produttività fisica. Un piccolo artigiano, un ristorante o un agricoltore potranno avere un “assistente” robotico a un costo accessibile. Questo libererà un potenziale creativo ed economico immenso, ma al contempo svaluterà una quantità enorme di lavoro manuale e procedurale. L’impatto più profondo sarà quindi sociale. Se non la governiamo, questa rivoluzione rischia di creare una polarizzazione insostenibile tra chi possiede i robot e chi prima svolgeva il lavoro che ora fanno loro.
Per governarla non serve la paura, ma una strategia chiara. Serve una riqualificazione (reskilling) totale; dobbiamo smettere di formare le persone a fare lavori da robot e investire massicciamente in competenze uniche come creatività ed empatia. Dobbiamo ridisegnare il Welfare, una discussione difficile ma necessaria su come ridistribuire il valore creato, magari attraverso una “tassazione sulla produttività algoritmica”. E infine, serve un’etica by design: dobbiamo programmare i nostri valori dentro le macchine, prima che siano loro a programmare i nostri. Il futuro non è fermare i robot, ma decidere, ora, che tipo di società umana vogliamo costruire al loro fianco.