OLTRE IL GIOCO

EMANUELE ACERBIS

Co-Founder e CEO di NOVO Esports

C’è un confine sottile tra intrattenimento e visione. Negli esports, quel confine cambia ogni giorno: è il luogo in cui si formano talenti, comunità, nuovi linguaggi. Ed è lì che prende forma l’idea di un futuro diverso: competitivo, inclusivo e collettivo.

Emanuele Acerbis è Co-Founder e CEO di NOVO Esports. Laureato in Marketing, con uno dei primi master italiani in e-sports management, unisce passione per il gioco, cultura sportiva e visione imprenditoriale. Nel 2023 ha fondato NOVO insieme a Francesco Alacca, con l’obiettivo di competere a livello internazionale e raccontare un nuovo modo di vivere il videogioco.

Il videogioco è spesso raccontato come fuga, tempo libero, intrattenimento. Ma basta osservare una finale competitiva, seguire lo sguardo concentrato di un giovane player, o capire cosa avviene dietro le quinte di un team, per accorgersi che qui c’è qualcosa di più: una palestra emotiva, un laboratorio sociale, un nuovo spazio dove identità, competenze e visione si intrecciano.

Gli esports crescono, mutano, si ibridano. Diventano linguaggio, cultura, opportunità. In questo scenario in movimento, Emanuele Acerbis ha scelto una direzione precisa: costruire un progetto che unisca tecnica e narrazione, competizione e responsabilità. Perché il gioco può essere anche questo: un motore di cambiamento.

Ti ricordi il momento preciso in cui hai capito che gli esports sarebbero diventati il tuo mondo?

Non vengo dal mondo competitivo: non sono un ex pro player né un ex coach. Ho sempre giocato — FIFA, FC, Brawl Stars — e me la cavo anche bene, ma non è da lì che è nato tutto. Il punto di svolta è arrivato quando cercavo un tema nuovo per la mia tesi di marketing. Approfondendo il settore, mi si è aperto davanti un mondo completamente diverso. Il master in e-sports management, tra i primi in Italia, ha fatto il resto: mi ha mostrato il potenziale del settore e mi ha messo in contatto con persone che stavano già costruendo qualcosa di significativo.

Dopo una breve esperienza in Ferrero, ho capito che l’ambiente corporate non era la mia strada. Unendo la voglia di fare impresa con la scoperta di questo ecosistema in pieno movimento, ho capito che gli esports sarebbero diventati il mio futuro. Da lì, nel 2023, è nata NOVO.

NOVO nasce in un mercato competitivo. Qual è stato il vostro “Why Now”?

L’incontro con Francesco, il mio co-founder, è stato decisivo. All’inizio collaboravamo su un progetto esterno, poi abbiamo iniziato a confrontarci sempre più spesso. Alla Milan Games Week del 2022 ci siamo detti che era il momento giusto. All’estero nascevano realtà molto strutturate, mentre in Italia mancava un team capace di essere davvero multititolo e competitivo a livello internazionale.

Abbiamo analizzato i titoli su cui investire, selezionato responsabili per ciascuno, costruito i roster e strutturato fin da subito un reparto marketing forte. Per noi lo storytelling è sempre stato centrale: vincere senza raccontare non serve. I bandi non sono semplici da ottenere, perché gli esports non sono ancora riconosciuti come sport. Siamo partiti con i fondi dei “family, friends and fools”, ma la direzione era chiara: colmare un vuoto e dare agli appassionati italiani un team da tifare.

Cosa significa per te giocare, ora che il gioco è diventato anche lavoro?

Gioco meno di prima, perché oggi passo molto più tempo a seguire gameplay dei nostri team. Ma il gioco ha assunto un valore molto più ampio. Una parte fondamentale del nostro lavoro riguarda i progetti nelle scuole: attraverso il gaming aiutiamo i ragazzi a socializzare, creare relazioni, collaborare, imparare a rispettare i ruoli e a sviluppare soft skills che spesso non emergono nelle aule tradizionali.

I nostri coach spiegano ai ragazzi anche come avvicinarsi al gioco in modo sano: postura, movimento, pause, idratazione. Detto da una figura che stimano, ha un peso enorme. Per questo dico che il gioco non è solo intrattenimento: è un linguaggio formativo, capace di insegnare davvero.

Gli esports possono essere un laboratorio sociale. Come educano o ispirano le nuove generazioni? E quanto è importante l’etica del gioco?

Gli esports permettono ai giovani di vivere dinamiche che nello sport tradizionale consideriamo formative: collaborazione, competizione, gestione delle emozioni. La differenza è che queste esperienze diventano accessibili anche a chi, per disabilità, non potrebbe praticare sport insieme ai propri coetanei. Il videogioco insegna anche ad affrontare la sconfitta: nel gioco perdi spesso, impari a reagire, a rialzarti, a migliorare.

Una parte importante di questo lavoro è legata al progetto che abbiamo avviato con alcune scuole medie e superiori: NOVO Esports School. Abbiamo portato gli esports come attività extracurricolare per far socializzare i ragazzi in un contesto protetto, educare al corretto utilizzo dei videogiochi e far vivere dinamiche di squadra e competizione. Vederli giocare insieme, creare amicizie e prendere sul serio i consigli dei coach conferma il valore educativo del gaming.

L’etica del gioco è fondamentale. Non si tratta di dire di giocare senza limiti, ma di insegnare equilibrio, consapevolezza, cura.

Gli esports permettono ai ragazzi di vivere dinamiche che formano: competizione, squadra, gestione delle emozioni.

Cosa significa per te vincere?

Per me si vince insieme. Lo sport mi ha insegnato che ogni risultato è collettivo. In NOVO, vincere significa ottenere risultati competitivi, certo, ma significa anche creare una community, valorizzare quello che accade dentro e fuori dai match, diffondere una cultura del videogioco più matura e consapevole. Vincere non è solo arrivare primi: è far crescere un ecosistema.

Dove vedi NOVO tra cinque anni?

Abbiamo un obiettivo molto chiaro: diventare uno dei dieci migliori team di esports al mondo entro i prossimi cinque anni. Il settore continua a espandersi. I Mondiali di League of Legends sono passati da 1,5 milioni di spettatori simultanei nel 2015 a oltre 7 milioni quest’anno. È un fenomeno spinto dal ricambio generazionale: chi giocava ieri, oggi guarda le competizioni, e continuerà a farlo anche in futuro.

Le istituzioni stanno iniziando a riconoscere il settore: il CIO ha programmato una Olimpiade degli Esports nel 2027. In Italia non siamo ancora a quel punto, ma ci arriveremo.

Fare qualcosa di nuovo non significa inventare. A volte è migliorare ciò che esiste già, pensando senza limiti.

Se dovessi definire l’innovazione con una sola parola?

Direi: nuovo. Fare qualcosa di nuovo non significa inventare ogni volta. A volte è migliorare ciò che esiste già, aggiungere un tassello, rafforzare un sistema. Credo molto nell’innovazione incrementale: pensare fuori dagli schemi, non porsi limiti, fissare obiettivi che sembrano impossibili. È puntando oltre che trovi strade nuove.

C’è un pensiero che rappresenta per te il motore del cambiamento?

Per me il motore del cambiamento è il videogioco. Sta rivoluzionando l’intrattenimento, entra nella scuola, nelle aziende, nella formazione. È un linguaggio che modella il modo in cui impariamo, collaboriamo e ci relazioniamo.

Cosa diresti a un ragazzo o una ragazza che sogna di lavorare negli esports?

Non esiste una strada unica. Si può seguire un master specifico oppure costruire una competenza tradizionale — marketing, finanza, data, operations — e portarla poi dentro questo settore. Il resto è osservazione e curiosità: guardare competizioni su Twitch, seguire i team più strutturati, studiare i pro player, analizzare i content creator. Tutto ciò che serve per entrare negli esports è già a disposizione.

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