Cosa significa per te giocare, ora che il gioco è diventato anche lavoro?
Gioco meno di prima, perché oggi passo molto più tempo a seguire gameplay dei nostri team. Ma il gioco ha assunto un valore molto più ampio. Una parte fondamentale del nostro lavoro riguarda i progetti nelle scuole: attraverso il gaming aiutiamo i ragazzi a socializzare, creare relazioni, collaborare, imparare a rispettare i ruoli e a sviluppare soft skills che spesso non emergono nelle aule tradizionali.
I nostri coach spiegano ai ragazzi anche come avvicinarsi al gioco in modo sano: postura, movimento, pause, idratazione. Detto da una figura che stimano, ha un peso enorme. Per questo dico che il gioco non è solo intrattenimento: è un linguaggio formativo, capace di insegnare davvero.
Gli esports possono essere un laboratorio sociale. Come educano o ispirano le nuove generazioni? E quanto è importante l’etica del gioco?
Gli esports permettono ai giovani di vivere dinamiche che nello sport tradizionale consideriamo formative: collaborazione, competizione, gestione delle emozioni. La differenza è che queste esperienze diventano accessibili anche a chi, per disabilità, non potrebbe praticare sport insieme ai propri coetanei. Il videogioco insegna anche ad affrontare la sconfitta: nel gioco perdi spesso, impari a reagire, a rialzarti, a migliorare.
Una parte importante di questo lavoro è legata al progetto che abbiamo avviato con alcune scuole medie e superiori: NOVO Esports School. Abbiamo portato gli esports come attività extracurricolare per far socializzare i ragazzi in un contesto protetto, educare al corretto utilizzo dei videogiochi e far vivere dinamiche di squadra e competizione. Vederli giocare insieme, creare amicizie e prendere sul serio i consigli dei coach conferma il valore educativo del gaming.
L’etica del gioco è fondamentale. Non si tratta di dire di giocare senza limiti, ma di insegnare equilibrio, consapevolezza, cura.