PARLIAMO CON I SATELLITI

GIOVANNI PANDOLFI BORTOLETTO

Co-founder e CPO di Leaf Space

Oggi lo spazio non è più un territorio remoto per scienziati e astronauti, ma un’infrastruttura abilitante che attraversa le nostre vite. Giovanni Pandolfi Bortoletto, CPO e co-founder di Leaf Space, ci accompagna dentro una delle sue componenti meno raccontate: quella che ascolta, riceve e traduce i dati dei satelliti, rendendoli utilizzabili sulla Terra.

Giovanni Pandolfi Bortoletto è CPO e co-fondatore di Leaf Space, azienda nata nel 2014 e specializzata in ground segment-as-a-Service. Con 36 stazioni di terra in 19 Paesi, Leaf Space consente a startup, agenzie e operatori globali di ricevere dati dai satelliti in tempo reale.

Quando funziona, la tecnologia sparisce. Nessuno si chiede come arrivi sullo schermo un’immagine satellitare, una previsione meteo o una mappa. Ma in un mondo dove il tempo e la precisione sono risorse strategiche, serve un’infrastruttura capace di connettere l’orbita e la Terra in pochi secondi. Ed è qui che inizia il lavoro – e la visione – di Leaf Space.

A che punto capiremo che lo spazio è già parte della nostra vita quotidiana, anche se non lo vediamo?
Questa è una bella domanda. Non ti saprei dire se c’è effettivamente un momento in cui ce ne rendiamo conto. Un po’ come lo è stato per Internet. Quando Internet è diventato parte della nostra vita quotidiana? Probabilmente non quando è stato creato, non cinque anni dopo, non dieci anni dopo. Ma quando è diventato un business che ha permeato tutto. Adesso siamo permeati da applicazioni che utilizzano lo spazio, in maniera diretta o indiretta. Pensiamo alle previsioni meteo, al GPS, a tecnologie altamente critiche. Alcune di queste non impattano direttamente la persona comune, ma sono fondamentali: la difesa, la gestione dei rifugiati, i conflitti come quello in Ucraina.

Negli ultimi due-tre anni abbiamo visto un cambiamento: il coinvolgimento nel mercato spaziale si è allargato. Non è più solo ‘rocket science’, non è più solo NASA o ESA. Se prima eri uno sviluppatore di app, oggi potresti trovarti a lavorare su un’applicazione che sfrutta dati satellitari. Questo sta diventando più comune, più accessibile.

Quando un satellite non riesce a comunicare con la Terra, tutto si ferma. Cosa succede davvero in quei momenti?
Quello è un punto fondamentale. Se guardi la space economy in generale, vedi che i dati vengono raccolti, creati o trasmessi in orbita. Ma il valore vero, quello reale, viene creato a Terra. Perché? Perché il mercato è a Terra. Noi siamo a Terra. Io e te siamo a Terra. Quindi siamo noi che andiamo a creare valore su quei dati, su quelle immagini.

C’è assolutamente bisogno di portare quei dati a Terra il più velocemente e in modo affidabile possibile. Se non c’è comunicazione, cosa succede? Si interrompe la catena del valore. Il dato che ti serviva non è più disponibile. E tutti i servizi che si basavano su quel dato, su quella tecnologia, non funzionano più o hanno ritardi.

In più, se non puoi comunicare con il tuo satellite, stai perdendo un asset. È come avere un grande data center o una capacità di calcolo da qualche parte, ma senza connessione Internet. Quell’asset diventa inutile. Con il rischio aggiuntivo che nello spazio, a differenza di un server, il satellite si muove. Se non riesci a comunicare, altri satelliti devono magari fare manovre correttive, azioni dirette. E più tempo passa tra una comunicazione e l’altra, più aumenta il rischio.

Puoi lanciare quanti satelliti vuoi, ma se non hai un’infrastruttura di Terra che ti permette di connetterti e sfruttarli, la space economy non ha senso.

In un’epoca dominata da razzi, costellazioni e space tourism, il vostro ruolo resta meno raccontato. Perché il ground segment-as-a-Service è così cruciale per l’attuale economia dello spazio?
La catena di valore è fatta da grandi lanciatori che portano i satelliti in orbita. Poi i satelliti svolgono la loro missione: catturano immagini, forniscono Internet come fa Starlink o qualsiasi altra funzione. Ma per chiudere la catena di valore, devi poter scaricare quei dati a Terra o poter lavorare con quei satelliti.

Noi facciamo esattamente questo. Puoi lanciare quanti satelliti vuoi, ma se non hai un’infrastruttura di Terra che ti permette di connetterti e sfruttarli, la space economy non ha senso. E questo vale anche per l’operatività, non solo per i dati.

Prima, chi lanciava un satellite si costruiva anche il proprio segmento di Terra, dedicato alla missione. Aveva senso: una missione della durata di 10-15 anni poteva giustificare antenne dedicate. Ma con i CubeSat e le missioni a basso costo, quel modello non era più sostenibile.

Da qui è emerso il concetto di ground segment-as-a-Service. Noi abbiamo investito in infrastrutture, le abbiamo rese intelligenti, orchestrate con un layer software, per poter dividere l’investimento su molte missioni. Così abbiamo reso accessibile qualcosa che prima era esclusivo.

Nel vostro lavoro la latenza è cruciale. Come si progetta un’infrastruttura in grado di ascoltare lo spazio in tempo quasi reale?
In molte applicazioni, il valore del dato è inversamente proporzionale al tempo che ci metti ad averlo. Più velocemente arriva, più vale. Prendi un esempio concreto: OroraTech, un’applicazione tedesca per l’identificazione degli incendi. Il tempo che passa tra l’acquisizione dell’immagine, il processamento e il downlink è fondamentale. Devono far partire gli aiuti, intervenire sul fuoco. Se il dato arriva 30 secondi dopo è utile. Se arriva ore dopo, magari è già troppo tardi.

Noi oggi abbiamo 36 stazioni di Terra in 19 location in tutto il mondo. Copriamo tutti i continenti tranne l’Antartide. I satelliti LEO orbitano ogni 90 minuti: per garantire più connessioni, più “passaggi”, serve avere antenne sparse globalmente. Più ne hai e meglio sono distribuite, più minuti di connettività puoi offrire per ogni orbita.

Ovviamente non è semplice. Ci sono problemi geografici, culturali, normativi e fiscali. Ci sono gli oceani, tante aree remote. Ma ce l’abbiamo fatta. E oggi abbiamo una delle reti più ampie del settore, se non la più ampia in termini di distribuzione geografica.

Qual è la conquista più difficile che avete raggiunto finora? E la sfida che più vi stimola per il futuro?
Ce ne sono due. Una più semplice: ci sono poche aziende che fanno quello che facciamo noi. Due sono quelle storiche, che lo fanno fin dall’inizio dell’era spaziale: KSAT (norvegese) e SSC (svedese). Sono aziende statali, ma aggressive anche commercialmente. Due anni fa, parlando col CEO di SSC, abbiamo scoperto che avevamo superato la loro capacità mensile venduta. Non ce ne eravamo neanche resi conto. E ci ha colpiti.

Poi c’è il passaggio dai CubeSat ai satelliti più grandi. Siamo partiti lavorando con satelliti da 5 kg, da università o startup. Ora supportiamo clienti con satelliti da una tonnellata e mezza. E abbiamo dimostrato che lo stesso tipo di servizio si può applicare anche a missioni più complesse. Questo è stato un bel traguardo.

Con il ddl Spazio siamo il primo Paese ad aver adottato una legge quadro sulla Space Economy. Stiamo giocando un ruolo da apripista a livello europeo e mondiale?
Domanda complessa. L’Italia ha sicuramente un ruolo: siamo stati il terzo Paese a lanciare un satellite. Abbiamo un forte background industriale. E oggi c’è una buona onda di commercializzazione: D-Orbit, noi, Argotec, OHB, tante realtà nuove. Quello che manca ancora è la velocità di esecuzione, la capacità di interazione. Gli Stati Uniti sono molto più rapidi, più abituati culturalmente. Noi abbiamo spesso sostenuto l’industria con programmi ad hoc, ma senza creare un vero mercato. E questo ha prodotto aziende che si sono adattate più alla sopravvivenza che alla crescita. Ora qualcosa sta cambiando. La spinta imprenditoriale-industriale c’è. Si sta risvegliando, ma ci vuole ancora più visione, più coraggio.

Se dovessi spiegare il vostro lavoro a un bambino, da dove partiresti?
Di solito lo fa la mia ragazza. Ai miei figli dice: ‘Parliamo con i satelliti’. Ed è vero. Alla fine è questo quello che facciamo.

In molte applicazioni, il valore del dato è inversamente proporzionale al tempo che ci metti ad averlo. Più velocemente arriva, più vale.

C’è un errore da cui hai imparato molto? O una convinzione che hai cambiato nel tempo?
Tantissime. Noi siamo partiti dall’università, con l’idea che per fare questa cosa dovessimo essere i migliori in tutto. Niente di più sbagliato. Serve voglia, sì, ma anche capire dove hai dei limiti, dove puoi chiedere aiuto. All’inizio volevamo solo persone entusiaste, anche senza esperienza. Poi capisci che ti serve visione, esperienza, qualcuno che abbia già sbattuto la testa. Forse avremmo fatto bene a lavorare un po’ in un’azienda simile prima. Ci saremmo evitati qualche errore.

Oggi lo spazio affascina più che mai: turismo orbitale, razzi privati, fascinazioni marziane. Un trend topic persino su TikTok. Che idea vi siete fatti di questa corsa allo spazio ‘pop’?
Il bilancio è positivo. Quando la mattina ascoltavo Radio Deejay e sentivo parlare di missioni spaziali nel radiogiornale, capivo che qualcosa stava cambiando. Non è scontato che lo spazio entri in quel tipo di comunicazione.

Certo, c’è il rischio di banalizzazione. Faccio un esempio: quando è uscita la notizia dell’accordo tra il governo italiano e Starlink, molti hanno detto: ‘Perché non usiamo le nostre cose bellissime?’. Ma non abbiamo niente di equivalente. L’accordo aveva senso: usi l’infrastruttura di un alleato, perché non hai alternative per operazioni di difesa all’estero. Poi sì, Musk non ha aiutato in tutto questo. Ma più persone lavorano nello spazio, più la discussione si apre. E si riduce il divario. Come è successo in altri settori.

L’intelligenza artificiale è ovunque. Ma nel vostro mondo, che ruolo sta già giocando?
“Sta avendo un impatto, sì, ma va distinto: c’è il machine learning, l’LLM, e tanti altri livelli. Io stesso uso diversi tool. Se li gestisci bene, ti aumentano la produttività. Ma non puoi usarli come unica fonte di verità: danno ancora risposte allucinate o sbagliate.

A livello operativo, nei satelliti o nei nostri sistemi, possono avere un impatto forte. Automatic fault detection, fault recovery, analisi della telemetria… ci sono molte applicazioni interessanti. Non penso che ci sarà un impatto immediato negativo sul lavoro. Come ogni rivoluzione tecnologica, sposterà l’equilibrio, ma è successo anche con l’industria software. E lo spazio è un campo dove il machine learning ha molto da dire.

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