In un’epoca dominata da razzi, costellazioni e space tourism, il vostro ruolo resta meno raccontato. Perché il ground segment-as-a-Service è così cruciale per l’attuale economia dello spazio?
La catena di valore è fatta da grandi lanciatori che portano i satelliti in orbita. Poi i satelliti svolgono la loro missione: catturano immagini, forniscono Internet come fa Starlink o qualsiasi altra funzione. Ma per chiudere la catena di valore, devi poter scaricare quei dati a Terra o poter lavorare con quei satelliti.
Noi facciamo esattamente questo. Puoi lanciare quanti satelliti vuoi, ma se non hai un’infrastruttura di Terra che ti permette di connetterti e sfruttarli, la space economy non ha senso. E questo vale anche per l’operatività, non solo per i dati.
Prima, chi lanciava un satellite si costruiva anche il proprio segmento di Terra, dedicato alla missione. Aveva senso: una missione della durata di 10-15 anni poteva giustificare antenne dedicate. Ma con i CubeSat e le missioni a basso costo, quel modello non era più sostenibile.
Da qui è emerso il concetto di ground segment-as-a-Service. Noi abbiamo investito in infrastrutture, le abbiamo rese intelligenti, orchestrate con un layer software, per poter dividere l’investimento su molte missioni. Così abbiamo reso accessibile qualcosa che prima era esclusivo.
Nel vostro lavoro la latenza è cruciale. Come si progetta un’infrastruttura in grado di ascoltare lo spazio in tempo quasi reale?
In molte applicazioni, il valore del dato è inversamente proporzionale al tempo che ci metti ad averlo. Più velocemente arriva, più vale. Prendi un esempio concreto: OroraTech, un’applicazione tedesca per l’identificazione degli incendi. Il tempo che passa tra l’acquisizione dell’immagine, il processamento e il downlink è fondamentale. Devono far partire gli aiuti, intervenire sul fuoco. Se il dato arriva 30 secondi dopo è utile. Se arriva ore dopo, magari è già troppo tardi.
Noi oggi abbiamo 36 stazioni di Terra in 19 location in tutto il mondo. Copriamo tutti i continenti tranne l’Antartide. I satelliti LEO orbitano ogni 90 minuti: per garantire più connessioni, più “passaggi”, serve avere antenne sparse globalmente. Più ne hai e meglio sono distribuite, più minuti di connettività puoi offrire per ogni orbita.
Ovviamente non è semplice. Ci sono problemi geografici, culturali, normativi e fiscali. Ci sono gli oceani, tante aree remote. Ma ce l’abbiamo fatta. E oggi abbiamo una delle reti più ampie del settore, se non la più ampia in termini di distribuzione geografica.
Qual è la conquista più difficile che avete raggiunto finora? E la sfida che più vi stimola per il futuro?
Ce ne sono due. Una più semplice: ci sono poche aziende che fanno quello che facciamo noi. Due sono quelle storiche, che lo fanno fin dall’inizio dell’era spaziale: KSAT (norvegese) e SSC (svedese). Sono aziende statali, ma aggressive anche commercialmente. Due anni fa, parlando col CEO di SSC, abbiamo scoperto che avevamo superato la loro capacità mensile venduta. Non ce ne eravamo neanche resi conto. E ci ha colpiti.
Poi c’è il passaggio dai CubeSat ai satelliti più grandi. Siamo partiti lavorando con satelliti da 5 kg, da università o startup. Ora supportiamo clienti con satelliti da una tonnellata e mezza. E abbiamo dimostrato che lo stesso tipo di servizio si può applicare anche a missioni più complesse. Questo è stato un bel traguardo.