Marianna Verdino CEO Haumea Tech

PROTEGGERE LO SPAZIO, ISPIRANDOSI ALLA NATURA

MARIANNA VERDINO

CEO di Haumea Tech

La storia di un’invenzione italiana che vuole cambiare il futuro della space economy: una ragnatela spaziale pensata per resistere a impatti ipersonici e intrappolare micro-detriti, proteggendo satelliti e infrastrutture e rendendo lo spazio più sicuro, sostenibile e industrialmente accessibile.

Marianna Verdino è ingegnere aerospaziale e founder e CEO di Haumea Tech. Ha collaborato a numerosi progetti di ricerca nell’ambito dell’esplorazione spaziale.

A volte le grandi innovazioni non nascono in un laboratorio, ma durante una corsa mattutina, osservando un fenomeno naturale. È così che Marianna Verdino, ingegnere aerospaziale e CEO di Haumea Tech, ha avuto l’intuizione con cui oggi sta provando a risolvere uno dei problemi più urgenti della new space economy: i micro-detriti spaziali, milioni di frammenti invisibili che soprattutto nella bassa orbita minacciano satelliti, infrastrutture e missioni.

La scena è nitida: un insetto impatta contro una ragnatela. La struttura vibra, assorbe l’energia, la distribuisce e poi ritorna esattamente com’era. Un comportamento “intelligente”, raffinato da milioni di anni di evoluzione. Da quel momento, Verdino inizia a chiedersi: e se un materiale potesse fare la stessa cosa nello spazio?

Da questa intuizione nasce Haumea Tech, l’azienda che ha appena ottenuto un brevetto italiano considerato tra i più innovativi dell’ultimo decennio: un materiale bio-ispirato pensato per resistere a impatti ipersonici e intrappolare micro-detriti che corrono a chilometri al secondo. Una sorta di “ragnatela spaziale”. Ma la visione va oltre la tecnologia: è un nuovo modo di pensare l’industria, i team, l’innovazione stessa. Un progetto costruito fuori dall’accademia, con un gruppo multidisciplinare che unisce giovani ingegneri e menti con quarant’anni di esperienza.

Questa è la storia di un’intuizione che diventa ricerca, di una ricerca che diventa invenzione e di un’invenzione che potrebbe cambiare il modo in cui proteggiamo lo spazio. Ed anche la Terra.

Come nasce l’idea di creare un materiale “intelligente” ispirato alla natura per risolvere una sfida spaziale?

«In realtà tutto nasce da una serie di coincidenze. Eravamo in pieno periodo Covid: un momento difficile, sia sul piano personale che professionale. Per tenermi attiva, feci alcuni master online, tra cui uno all’Università di Losanna sulle dinamiche orbitali, che hanno riacceso in me la passione per la fisica spaziale.
Proprio in quel periodo, una mattina, mentre facevo una corsetta tra i boschi a Zurigo, ho osservato l’impatto di un insetto contro una ragnatela. Una scena semplicissima, ma fisicamente perfetta: la struttura si deforma, vibra, assorbe l’energia, la distribuisce e poi torna alla forma iniziale, intrappolando l’insetto.
In parallelo stavo studiando la problematica dei micro-detriti spaziali, che aveva ancora un bassa priorità rispetto ai detriti più grandi: circa 200 milioni di frammenti che viaggiano sulle orbite basse, invisibili ma pericolosissimi.
A quel punto il collegamento è stato naturale: serviva un materiale che si comportasse esattamente come una ragnatela, capace di gestire un impatto ad altissime energie distribuendo lo shock su tutta la struttura. Così è nata questa intuizione.»

È per dare forma a questa intuizione che hai deciso di fondare Haumea Tech?

«Haumea Tech è l’azienda che sta trasformando quella intuizione in una vera invenzione. Abbiamo appena ottenuto il brevetto italiano: un risultato enorme, soprattutto perché non sono tanti i brevetti di pura invenzione, pochissimi all’anno.  La nostra missione è duplice: creare un materiale innovativo bio-ispirato, capace di affrontare problemi complessi come la cattura dei micro-detriti spaziali, e costruire un modello industriale nuovo, flessibile, interdisciplinare, che valorizzi le persone oltre la loro sola competenza tecnica.»

Abbiamo brevettato un materiale bio-ispirato che riprende i principi fisici della ragnatela, capace di affrontare problemi complessi come la cattura dei micro-detriti spaziali

Clear space technology

Quali sono le caratteristiche più rivoluzionarie del materiale che state sviluppando?

«È un materiale bio-ispirato e altamente avanzato. Riprende i principi fisici della ragnatela: è leggerissimo, flessibile, resistente agli impatti e capace di distribuire l’energia lungo tutta la struttura per evitare danni catastrofici.
Nel nostro caso, questo significa affrontare impatti che possono arrivare a diversi chilometri al secondo: una vera sfida fisica e ingegneristica. Ma io ho avuto la fortuna di lavorare con menti straordinarie come il professor Francesco Ciardelli coordinatore scientifico di SPIN-PET, nostro partner, e Michele Pinna, tra i massimi esperti di polimeri e nanotecnologie – che hanno creduto sin da subito in questa idea.
Il materiale sarà modulare, scalabile e ingegnerizzato su più livelli: chimico, nano-strutturale e geometrico. Questo ci permette di ottenere prestazioni diverse a seconda dell’applicazione. L’obiettivo, nello spazio, è garantire una cosa fondamentale: la cattura stabile della particella, non solo la resistenza all’impatto.»

In che modo la vostra soluzione differisce dagli approcci tradizionali di protezione o rimozione dei detriti spaziali?

«La maggior parte delle soluzioni attuali riguarda i detriti grandi: bracci robotici, reti, sistemi di deorbiting a fine vita. Un problema che ha bisogno invece di una soluzione studiata ad hoc è quello dei micro-detriti, centinaia di milioni di frammenti che viaggiano a velocità ipersoniche. Catturarli è una sfida completamente diversa: non puoi afferrarli con un braccio robotico, non puoi “spingerli” verso l’atmosfera. Per questo il nostro materiale rappresenta una nuova categoria di soluzione: uno“scudo intelligente” (Aegis, il suo nome evocativo), capace non solo di resistere, ma di intrappolare la particella e disperdere l’energia su tutta la struttura.»

Tecnologia per la cattura di grandi detriti.

Oggi il problema dell’inquinamento spaziale è una delle grandi sfide della space economy: quanto è urgente e cosa rischiamo se non interveniamo?

«È molto più urgente di quanto sembri. Nei prossimi 5-10 anni passeremo dagli attuali circa 10.000 satelliti attivi a 40.000–60.000. Le orbite basse sono una risorsa limitata e il rischio di collisioni crescerà in modo esponenziale.
Un micro-detrito oggi “fa un buco”, danneggia un pannello solare, perfora un modulo. Ma quando parliamo di satelliti sempre più piccoli, dai micro ai pico-satelliti, anche un frammento minuscolo può compromettere un’intera missione.
E non è solo un problema per la space economy: le comunicazioni, la navigazione, l’osservazione della Terra… tutto passa dallo spazio. Se non interveniamo adesso, rischiamo di arrivare al punto in cui sarà troppo tardi e troppo costoso intervenire.»

Non solo spazio: le vostre soluzioni pionieristiche potranno essere applicate anche sulla Terra?

«Assolutamente sì. Il materiale nasce per lo spazio, ma la sua struttura modulare ci permette di declinarlo in molte direzioni. L’applicazione più naturale è nel settore difesa e protezione, a livello terrestre: pensiamo agli scafi delle navi, che potrebbero essere alleggeriti e allo stesso tempo rinforzati. Oppure a soluzioni industriali che richiedono resistenza meccanica elevata e capacità di assorbire energia. Parliamo dunque di un materiale davvero multi-use: la versione spaziale è la più complessa, ma non è l’unica.»

Il problema dell’inquinamento spaziale è molto più urgente di quanto sembri. Le orbite basse sono una risorsa limitata: nella prossima decade il rischio di collisioni crescerà in modo esponenziale.

Qual è la prossima grande tappa per Haumea Tech nei prossimi anni?

«Ora che il brevetto è stato ottenuto, ci aspettano le fasi più impegnative:
– lo sviluppo del materiale in laboratorio;
– la sua ingegnerizzazione;
– la pianificazione della prima missione dimostrativa nello spazio.
Per lo spazio servirà qualche anno, ma in parallelo stiamo sviluppando già una seconda linea, più vicina al mercato terrestre e quindi con tempistiche più rapide.
A livello aziendale, però, c’è un’altra grande ambizione: non vogliamo restare una startup, vogliamo diventare un’industria. Vogliamo creare impianti produttivi, linee di prova, un ecosistema vero e proprio.»

Da CEO e donna in un settore ancora fortemente maschile, come vivi la tua esperienza di leadership nel mondo della space economy?

«Il mio percorso è nato fuori dall’università, ed è già una sfida di per sé, perché in Italia non è scontato che un’invenzione possa nascere al di fuori del mondo accademico. Fondare Haumea Tech ha significato anche costruire un team molto particolare: un mix di giovani ingegneri – come Nicola D’Apice – e professionisti con 40 anni di esperienza, persone che hanno deciso di prendersi “l’ultima grande sfida” della loro carriera, come Sergio Galimberti, Alfredo Biffi, ed Eugenio Marogna. La mia leadership nasce da qui: dal mettere insieme competenze e persone molto diverse, dal creare una cultura aziendale che valorizzi le potenzialità individuali prima ancora delle competenze tecniche. E dal voler dimostrare che l’innovazione non ha età, non ha genere e non ha un solo luogo in cui nascere.

In generale, l’avventura di diventare CEO di un’azienda è molto grande, va preso come un percorso di crescita continuo e non bisogna mai sentirsi arrivati. Per diventare leader bisogna davvero mettersi in gioco a 360 gradi, soprattutto per quanto riguarda le soft skill. Una cosa molto importante è trovare sempre la forza di restare motivati e di motivare il proprio team.

Per quanto riguarda l’essere donna in un settore maschile: è stato difficilissimo. Ho dovuto sfidare un sistema che ancora non era “pronto”. Mi piacerebbe portare la mia esperienza e la mia passione per la scienza alle nuove generazioni nelle scuole, perché non temano le sfide e possano sempre inseguire i loro sogni».

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