Come nasce l’idea di creare un materiale “intelligente” ispirato alla natura per risolvere una sfida spaziale?
«In realtà tutto nasce da una serie di coincidenze. Eravamo in pieno periodo Covid: un momento difficile, sia sul piano personale che professionale. Per tenermi attiva, feci alcuni master online, tra cui uno all’Università di Losanna sulle dinamiche orbitali, che hanno riacceso in me la passione per la fisica spaziale.
Proprio in quel periodo, una mattina, mentre facevo una corsetta tra i boschi a Zurigo, ho osservato l’impatto di un insetto contro una ragnatela. Una scena semplicissima, ma fisicamente perfetta: la struttura si deforma, vibra, assorbe l’energia, la distribuisce e poi torna alla forma iniziale, intrappolando l’insetto.
In parallelo stavo studiando la problematica dei micro-detriti spaziali, che aveva ancora un bassa priorità rispetto ai detriti più grandi: circa 200 milioni di frammenti che viaggiano sulle orbite basse, invisibili ma pericolosissimi.
A quel punto il collegamento è stato naturale: serviva un materiale che si comportasse esattamente come una ragnatela, capace di gestire un impatto ad altissime energie distribuendo lo shock su tutta la struttura. Così è nata questa intuizione.»
È per dare forma a questa intuizione che hai deciso di fondare Haumea Tech?
«Haumea Tech è l’azienda che sta trasformando quella intuizione in una vera invenzione. Abbiamo appena ottenuto il brevetto italiano: un risultato enorme, soprattutto perché non sono tanti i brevetti di pura invenzione, pochissimi all’anno. La nostra missione è duplice: creare un materiale innovativo bio-ispirato, capace di affrontare problemi complessi come la cattura dei micro-detriti spaziali, e costruire un modello industriale nuovo, flessibile, interdisciplinare, che valorizzi le persone oltre la loro sola competenza tecnica.»