QUANDO IL VIAGGIO DIVENTA TRASFORMAZIONE

MARTINO MOMBRINI

Amministratore delegato di Viandar

Viaggiare non è solo spostarsi nello spazio, ma attraversare se stessi. In questa chiacchierata parliamo di che cosa significa essere viaggiatori e non turisti, di esperienze fuori rotta che ribaltano le certezze, della scelta di mete lontane dai circuiti di massa, del rapporto con i social network e delle difficoltà concrete nel costruire una startup del turismo.

Martino Mombrini è Amministratore Delegato e co-fondatore di Viandar. Laureato in Economia e con oltre vent’anni di esperienza tra marketing, vendite e gestione aziendale, ha vissuto e lavorato nel Regno Unito. Dopo aver lasciato la vita corporate per dedicarsi alla consulenza e poi all’imprenditorialità, ha scelto di mettere al centro la passione per il viaggio come strumento di trasformazione.

C’è un modo di viaggiare che non rincorre la foto perfetta, ma l’attimo che resta.
Un’idea semplice e radicale: rallentare, ascoltare, lasciare che i luoghi parlino e che, nel frattempo, qualcosa dentro di noi cambi davvero.

Viviamo in un’epoca in cui tutti si muovono, ma pochi si lasciano davvero trasformare. Cosa vuol dire per te mettersi in cammino? Cosa distingue un viaggiatore da un turista?
Un viaggiatore viaggia per se stesso, un turista viaggia per mostrarlo agli altri.
Il mondo globalizzato ha reso accessibili mete un tempo lontane. La vera scoperta non sta più nell’arrivare, ma nel cercare luoghi scomodi, ancora vittime di pregiudizi. È lì che inizia la trasformazione.

Non proponete solo mete insolite, ma esperienze che spostano il punto di vista. Qual è stata la prima volta in cui ti sei sentito davvero “fuori rotta”?
Essere fuori rotta significa rimettere in discussione se stessi. È un processo doloroso, ma porta a rinascita e opportunità.
Nel 2006 mi sono trasferito nel Regno Unito conoscendo poche parole d’inglese. I primi sei mesi sono stati durissimi, ma quell’esperienza di cinque anni mi ha cambiato: mi ha insegnato una lingua, mi ha dato nuove certezze.

Un altro momento decisivo è stato a fine 2021, quando ho lasciato la vita da dipendente per diventare consulente. Volevo più tempo per la famiglia e per i miei sogni. Quella scelta mi ha portato a incontrare Simone Guida di Nova Lectio e a riallacciare i rapporti con Dive: da lì è nata questa avventura.

Un viaggiatore viaggia per se stesso, un turista viaggia per mostrarlo agli altri.

Le destinazioni che scegliete sembrano rispondere più a un’intuizione che a una strategia. Groenlandia, Afghanistan, Mauritania… Che tipo di sguardo serve per entrare in contatto con luoghi così?
Ci lasciamo guidare dal desiderio di scoperta e dall’esperienza dei nostri Tour Experts. Serve superare il pregiudizio e abbandonarsi a suoni, odori e colori che raramente hanno incrociato l’uomo occidentale. Chi sceglie questi viaggi cerca distacco dai percorsi tradizionali e, in fondo, ha già iniziato un cammino interiore.

Oggi arriviamo nei posti sapendo già tutto: foto, recensioni, esperienze. Cosa perdiamo quando conosciamo un luogo prima ancora di metterci piede?
Il rischio è la delusione. Le immagini perfette e le recensioni entusiaste alzano aspettative spesso irreali, mentre non raccontano la maestosità di altri luoghi meno celebrati. È utile documentarsi, ma la chiave è la storia dei luoghi. Una foto senza comprensione di ciò che rappresenta è vuota e il ricordo svanisce.

Da quello che racconti traspare il concetto che i social network siano un fastidio per il viandante.
Non voglio demonizzare i social: ci vivo anch’io e grazie a loro ho incontrato Simone di Nova Lectio. Il punto è un altro: spesso ci perdiamo nel raccontare qualcosa a qualcun altro e smettiamo di viverla davvero. Capita di investire tempo, energie e denaro in un viaggio e poi non goderne, presi dall’ansia di condividerlo. Le foto hanno valore come memoria personale, ma non devono sostituire l’esperienza. Per questo invito a prepararsi: meglio leggere un libro di storia che scorrere recensioni. Senza comprensione, scattiamo l’ennesima foto-icona che non ci resterà.

Qual è stato il momento più complesso nel dare forma a Viandar come impresa?
Le sfide maggiori sono state due: burocrazia e tecnologia.
L’Italia non facilita le startup, con processi lenti e poco chiari che, per un team ridotto, diventano enormi ostacoli. Sul fronte tecnologico, la difficoltà è stata trovare partner capaci di portare il turismo nel mondo digitale di oggi. I sistemi gestionali disponibili appartengono a un’altra epoca: non semplificano il lavoro né migliorano l’esperienza del cliente. Noi scriviamo storie e connettiamo culture: abbiamo bisogno di strumenti che ci facciano spiccare il volo. È anche un appello: se ci sono realtà IT pronte ad affrontare questa sfida, siamo qui.

C’è un luogo che non proporresti mai?
Mai porteremo persone in luoghi dove sia in corso una guerra. È una scelta etica, oltre che di sicurezza.

Viaggiare può anche far crollare delle certezze. Ti è mai capitato?
Sì. Un esempio è l’Islanda.
Ero partito attirato dalle immagini da cartolina: cascate, paesaggi iconici. La sorpresa più grande, invece, è stata guidare per centinaia di chilometri nel silenzio. Credevo fosse la parte noiosa e invece è diventata la più bella: serenità, tempo sospeso, strade immerse nel nulla che da sole valgono come cartoline. Mi ha ricordato che, a volte, il viaggio è il viaggio, non solo la destinazione.

Partiamo sempre da una storia, mai da un itinerario.

C’è una parola che, più di tutte, racconta cosa sia davvero Viandar?
Non una parola, ma una frase che ci accompagna dal primo giorno: “Partiamo sempre da una storia, mai da un itinerario.”

C’è qualcosa che vorresti approfondire o aggiungere?
Viandar non nasce da un’opportunità economica, ma da un’idea condivisa. Noi soci, i collaboratori, i tour expert: ci siamo scelti per affinità di valori. Non costruiamo viaggi per guadagnare qualcosa in più, ma per offrire esperienze che facciano sognare.

Per questo pensiamo ai sensi: non solo la vista, ma tatto, odori, gusto e suoni. Sono i sensi a scolpire i ricordi e a innescare il cambiamento che desideriamo.

Restare fedeli a questi valori sarà la nostra bussola, anche nell’evoluzione necessaria. E qui ritorna la sfida tecnologica: oggi il vero limite è il “dietro le quinte”, con sistemi gestionali obsoleti. È quasi un appello al mercato: se c’è chi vuole costruire con noi strumenti nuovi, le porte sono aperte.

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