Spesso associamo la parola innovazione a laboratori e tecnologie. Ma voi avete dimostrato che si può innovare partendo dall’umano, dalla solidarietà, dall’amore. Come si costruisce innovazione quando la materia prima è la speranza?
L’innovazione per noi è stata trasformare il dolore in organizzazione. Quando sei genitore lo fai di cuore, ma il cuore da solo non basta. Ci siamo dati una struttura solida, quasi “aziendale”: professionisti che ci aiutano nella comunicazione, nella raccolta fondi, nella gestione dei progetti.
Non ci siamo accontentati di essere un’associazione di volontariato qualsiasi. Abbiamo scelto trasparenza e rigore: se non c’è un progetto scientifico valido, non finanziamo nulla e investiamo i fondi su ciò che serve subito alle famiglie, come il progetto Sollievo.
Innovare, per noi, significa non fermarci a piangere insieme, ma creare strategie nuove per vivere meglio. È questo che dà valore alla speranza: trasformarla in qualcosa di concreto, utile, condiviso.
La sindrome di Sanfilippo porta con sé dolore, incertezza, fatica. Eppure chi ti conosce racconta una forza che sembra inesauribile. Da dove nasce ogni giorno la tua energia?
La mia energia nasce da Francesco. Io darei qualsiasi cosa per svegliarmi e scoprire che non è malato. Ma lui ogni giorno affronta la vita con serenità, si gode le piccole cose, sorride. È lui che mi insegna a non arrendermi.
E poi c’è la comunità: la ricerca che avanza, i clinici che riconoscono il nostro lavoro, le famiglie che trovano sostegno, i bambini che ricevono cure migliori. Il confronto tra noi è una terapia: ci fa bene, ci restituisce forza. È un circolo virtuoso in cui la resilienza dei nostri figli alimenta la nostra energia, e la nostra energia alimenta i progetti che li sostengono.