Giovanni Zappatore - BionIT Lab

RESTITUIRE AUTONOMIA

GIOVANNI ZAPPATORE

CEO di BionIT Labs

Dall’innovazione biomeccanica alla centralità dell’essere umano, passando per AI, estetica e indipendenza. Giovanni Zappatore, CEO e fondatore di BionIT Labs, racconta la visione dietro Adam’s Hand, la prima mano bionica completamente adattiva.

Giovanni Zappatore è CEO, Presidente e co-fondatore di BionIT Labs, azienda deep tech con sede nel Salento, nata per progettare dispositivi medicali innovativi. Il loro prodotto di punta, Adam’s Hand, è la prima mano bionica al mondo completamente adattiva. Da anni, BionIT Labs è un punto di riferimento nel campo della biorobotica e delle protesi intelligenti, con un approccio che unisce alta tecnologia, impatto sociale e una cura quasi artigianale dell’esperienza utente.

Lavorate in un settore che unisce tecnologia, ingegneria e impatto sociale. Com’è guidare un’azienda in questo equilibrio così delicato?
Guidare BionIT Labs significa muoversi ogni giorno su un confine sottile: quello tra ingegneria di altissimo livello e bisogno umano profondo. Fin dall’inizio abbiamo immaginato la nostra tecnologia non come un fine, ma come uno strumento al servizio della persona. Non ci interessava progettare l’oggetto “più avanzato”, ma restituire autonomia, dignità, riconoscimento. E questo passa da ciò che spesso si dà per scontato: un gesto, uno sguardo, un’ombra.

Uno dei racconti che ci ha colpito di più è quello di Salvatore, un nostro paziente.

Dopo le cure ci ha detto: “Appena uscito dall’ospedale, mi guardai a terra e non riconobbi la mia ombra”. È un’immagine potente. Ti fa capire quanto profondo sia l’impatto non solo fisico, ma identitario, estetico, psicologico della perdita e di ciò che la protesi può restituire. Tornare a vedersi, a riconoscersi: è questo, alla fine, il nostro vero obiettivo. E anche la nostra responsabilità più grande.

Al di là dell’innovazione tecnica, cosa vi torna indietro, ogni giorno, dalle persone che utilizzano Adam’s Hand?
Le parole che sentiamo più spesso sono semplici, ma potentissime: “Mi sento di nuovo me stesso.” E non si riferiscono solo alla funzionalità della mano. Ma a ciò che quella funzionalità permette: tornare a cucinare, ad allenarsi, a muoversi nel mondo con una nuova autonomia. Tornare a fare da soli.

È un impatto che cambia da persona a persona. Chi ha perso un arto ha un vissuto diverso rispetto a chi è nato senza, ma anche in quest’ultimo caso la protesi può aiutare a prevenire problemi fisici, ad esempio evitando carichi sbilanciati sull’arto sano. Ogni percorso è unico, ma ciò che proviamo a restituire – quando ci riusciamo – è sempre una forma di pienezza. Un piccolo pezzo di normalità, che però per qualcuno fa tutta la differenza.

L’intelligenza artificiale viene spesso raccontata con paura. Nel vostro lavoro, invece, che ruolo ha davvero?
Credo che molte paure nascano semplicemente dalla non conoscenza. Noi, per esempio, utilizziamo l’intelligenza artificiale già dal 2018, ben prima che diventasse di uso comune. Da allora, ci ha permesso di calibrare in modo sempre più preciso le nostre protesi sul tono muscolare di ciascun paziente, rendendo ogni configurazione più adatta e personale.

Con l’arrivo dell’AI generativa, il suo impatto è cresciuto ancora. L’abbiamo integrata in moltissimi processi interni: ha velocizzato il lavoro di tutti, dagli sviluppatori ai designer, fino all’amministrazione. Non abbiamo creato nuove figure dedicate solo a questo, ma in molti casi è stato proprio l’uso dell’AI a liberarci tempo, a semplificare operazioni che prima richiedevano giorni.

Questo non vuol dire “tagliare” anzi, il team continua a crescere. Ma oggi possiamo concentrare le energie dove servono davvero. Certo, è un ambito che si muove velocemente, quasi più di quanto si riesca a seguire. Anche per chi ci lavora dentro. Ma se impari a usarla con intelligenza, resta uno strumento potentissimo. Il punto è non lasciarsene travolgere, ma guidarla senza smettere mai di farsi domande.

Secondo te, cosa manca oggi in Italia per sostenere davvero progetti innovativi come il vostro?
La sensazione è che, in Italia, manchi ancora una vera protezione al rischio per chi investe. Nel nostro settore — dove l’innovazione è profonda, strutturale e spesso costosa — il rischio è alto. Ma lo sono anche i potenziali ritorni. Nonostante questo, ci si muove ancora con una mentalità molto prudente, dove l’obiettivo è limitare l’incertezza, più che abbracciarla.

Questo approccio ha un impatto reale. I nostri competitor negli Stati Uniti, a parità di fase di sviluppo, raccolgono capitali decisamente superiori. E non solo: riescono a farlo mantenendo maggiore controllo sulla loro azienda. Questo permette loro di pianificare con più libertà, di osare di più, di crescere in modo più solido.

In Italia, invece, è tutto un po’ più faticoso. Serve molta più energia per ottenere lo stesso risultato. Ma è anche questo che ci spinge ogni giorno a fare un passo in più.

La determinazione ti tiene in piedi quando le cose non vanno come avevi previsto. Se poi ci aggiungi apertura mentale, allora puoi davvero cambiare le cose

Se dovessi spiegare a un bambino cos’è per te l’innovazione, cosa gli diresti?
Non è una risposta semplice, nemmeno per un adulto. Potrei dire che innovare significa fare meglio ciò che già facciamo, ma sarebbe una definizione troppo fredda, troppo riduttiva. Per me, l’innovazione nasce dall’incontro tra competenze diverse, che si contaminano, si osservano, si completano. Richiede studio, determinazione, capacità di guardare avanti. Non è solo questione di avere un’idea brillante, ma di capire in che direzione si sta muovendo il mondo, e cercare di arrivarci prima portando qualcosa di concreto, che faccia davvero la differenza. È un processo lungo, faticoso, e a volte silenzioso. Ma quando funziona, cambia tutto.

Qual è un sogno che ancora non hai realizzato, ma continui a coltivare?
Uno dei sogni a cui tengo di più è vedere BionIT Labs funzionare al massimo anche senza di me. Non perché io voglia uscire dal progetto anzi, è esattamente il contrario. Ma perché credo che il vero valore di un’impresa stia nella sua capacità di durare nel tempo, di andare avanti oltre le persone che l’hanno fondata. Sogno un’azienda capace di camminare con le sue gambe, capace di restare solida anche quando le persone che l’hanno fondata non ci saranno più. È un obiettivo ambizioso, ma è proprio questo il senso: creare qualcosa che non sia legato solo a una figura, ma a una visione condivisa e sostenibile.

Un libro, un mantra o un insegnamento che porteresti ai sognatori di domani?
Si parla spesso di talento. Ma il talento, per quanto prezioso, non è per tutti. O ce l’hai, o non ce l’hai. Dipende da tante cose: dalla genetica, dall’ambiente in cui cresci, dalle opportunità che incontri. Io invece credo profondamente nella determinazione. È quella che ti tiene in piedi quando le cose non vanno come avevi previsto. È quella che ti spinge a riprovare, a insistere, a migliorarti. E se alla determinazione aggiungi apertura mentale, allora puoi davvero cambiare le cose. Perché essere tenaci è importante, ma saper ascoltare, rimettersi in discussione, guardare le cose da un altro punto di vista, lo è altrettanto. La combinazione tra queste due forze, determinazione e ascolto, fa una differenza enorme. E per me, continua a essere la bussola più utile di tutte.

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