La leggerezza che proponete con Ugolize è una scelta editoriale. Quanto è difficile restare leggeri senza diventare superficiali?
La verità è che lo impari sbagliando.
Ugolize esiste da dieci anni. In dieci anni fai contenuti che funzionano e contenuti che fanno schifo. Fai cose troppo leggere, magari superficiali. Tratti temi delicati con poca attenzione. Poi cresci. E quando crescono i numeri, cresce anche la responsabilità. A un certo punto capisci che non stai più parlando solo ai tuoi amici. Stai parlando a milioni di persone. E quello che pubblichi può davvero influenzare il modo in cui qualcuno interpreta una cosa.
C’è anche un aspetto molto concreto: se fai cazzate, i brand smettono di lavorare con te. Se fai contenuti vuoti, il pubblico smette di seguirti. Il mercato ti impone uno standard. Ma prima ancora del mercato, c’è una questione di credibilità.
Essere leggeri non significa banalizzare. Significa rendere accessibile qualcosa senza svuotarlo. Noi proviamo a fare questo: far ridere, sì. Alleggerire il feed, sì. Ma ogni tanto infilare dentro anche un’informazione in più, una riflessione, un messaggio che resta. La leggerezza, per funzionare, deve avere sostanza sotto. Altrimenti è solo rumore.
Molti associano l’innovazione al fare qualcosa di nuovo. Nel vostro caso sembra quasi il contrario: togliere pressione, togliere retorica. È possibile che oggi innovare significhi sottrarre invece che aggiungere?
In realtà è quasi il contrario. Oggi i contenuti sono già ridotti all’osso. Un reel deve durare venti secondi. Un video deve avere animazioni, sottotitoli veloci, tagli rapidi. Un carosello deve essere super colorato, pieno di frecce, altrimenti nessuno lo legge. È già tutto scheletrico.
Io, se devo essere sincero, sogno di tornare a fare cose più impegnative. Video da due minuti senza effetti. Contenuti più lenti. Newsletter più dense. Il problema è che non funzionano. Io ho provato a fare video più lunghi, più puliti, senza musica, senza sovraimpressioni. Li guardavano in pochi. E allora devi trovare una via di mezzo. Per avere impatto devi raggiungere tante persone. Per raggiungere tante persone devi rispettare l’algoritmo. È un cane che si morde la coda. Quindi non è tanto “togliere” o “aggiungere”. È trovare un equilibrio tra quello che vuoi dire e il formato che ti permette di farlo arrivare.
Nei momenti in cui riesco a fare un carosello da 15 slide e la gente lo legge tutto, quella per me è una vittoria. Perché significa che possiamo ancora alzare un po’ l’asticella. Il vero rischio oggi non è dire troppo. È dire sempre meno, sempre più veloce, sempre più semplice. E forse l’innovazione, se c’è, sta nel provare a riportare complessità dentro un sistema che la vuole togliere.
Se domani sparissero like, visualizzazioni e metriche pubbliche, cosa cambierebbe davvero nel modo in cui comunichiamo?
È una domanda difficilissima.
Oggi le metriche sono una forma di riprova sociale. Se vedo un video con tanti like, sono più portato a guardarlo. Se vedo un contenuto con milioni di visualizzazioni, penso automaticamente che “valga”. Senza numeri diventerebbe tutto più incerto. Forse saremmo più liberi. Forse saremmo anche più titubanti. Perché oggi i numeri funzionano come scorciatoia mentale: mi dicono cosa è rilevante prima ancora che io lo decida.
Se sparissero, probabilmente cambierebbe il modo in cui scegliamo cosa consumare. Ma non so se cambierebbe davvero il modo in cui produciamo contenuti. Perché le piattaforme continuerebbero ad avere un algoritmo. Le metriche magari non sarebbero pubbliche, ma esisterebbero comunque per chi crea. Quindi la vera domanda è: le metriche ci condizionano perché le vediamo o perché sappiamo che esistono? Io penso entrambe le cose.
Senza numeri visibili forse diminuirebbe un po’ l’ansia da confronto. Ma la competizione resterebbe. E finché il sistema premia ciò che performa di più, chi crea contenuti continuerà a muoversi dentro quella logica. Il problema non sono solo i like. È l’ecosistema che misura tutto.
Se dovessi lasciare una frase a chi oggi vive internet con ansia da prestazione, quale sarebbe?
Probabilmente direi questo: ricordati che i social sono performance. Non stai guardando la realtà. Stai guardando una messa in scena. Che sia l’influencer con la vita perfetta, il creator sempre produttivo o il professionista che sembra non sbagliare mai. C’è sempre una selezione. C’è sempre un filtro. C’è sempre una regia.
La seconda cosa che direi è: rallenta. Smetti di consumare solo contenuti snack, mordi e fuggi. Cerca cose più piene. Più dense. Anche più scomode. E soprattutto trova dei motivi per stare offline. Non perché devi farlo. Ma perché ti conviene. Io per primo sono dipendente dallo smartphone.
Ho scritto un libro che si chiama Sommersi e in parte è un’autobiografia: parla anche di quanto io sia immerso dentro questi meccanismi. Il modo che sto trovando per uscirne non è impormi di stare meno online. È creare alternative più forti. Incontri dal vivo. Attività offline. Conversazioni vere. Se ti imponi di staccare, il tuo corpo lo rifiuta. Se gli dai qualcosa di meglio, sceglie quello.
Forse il vero trend dei prossimi anni non sarà un nuovo social. Sarà tornare un po’ più analogici e offline.