STARE BENE NON È UN DETTAGLIO

MARCO ONORATO

Co-Founder e CEO di Marketing Espresso

Dall’incoscienza buona alla responsabilità di costruire senza perdere l’anima. Una conversazione su crescita, ascolto, tecnologia ed equilibrio umano, partendo da Marketing Espresso per arrivare a una visione più ampia del lavoro e della comunicazione.

Marco Onorato è Co-Founder & CEO di Marketing Espresso, progetto nato come media e diventato nel tempo un ecosistema che unisce formazione, agency e community. Laureato in ambito economico, ha costruito il suo percorso professionale intrecciando marketing e divulgazione, portando avanti una visione che mette al centro le persone e l’equilibrio umano, prima ancora delle metriche.

Quando un progetto cresce arrivano inevitabilmente processi, metriche, strutture. Come si fa, secondo te, a far sì che questa necessità non finisca per mangiare l’anima di ciò che si sta costruendo?
Per me è molto importante che ogni struttura — così come ogni tool — abbia un senso. Qualsiasi cosa venga inserita all’interno dell’azienda deve essere davvero utile a qualcosa. Non inseriamo mai un processo o uno strumento solo perché “si fa così” o perché va di moda.

Nel momento in cui c’è una criticità e quello strumento la risolve, o comunque porta un miglioramento reale, allora la inseriamo. Altrimenti no.

Mi ricordo la prima volta che abbiamo fatto l’organigramma. Era il 2022, l’anno dopo aver fondato l’azienda. Il nostro consulente ci diceva da mesi che c’erano alcuni problemi di gestione interna, a un certo punto ci guarda e fa: “Secondo me è arrivato il momento di fare un organigramma”.

La mia prima reazione è stata: no, impossibile, non funzionerà mai. Mi spaventava l’idea, perché per come siamo abituati a lavorare sembrava una cosa troppo gerarchica, troppo verticale.

Poi però, parlandone e applicandolo a piccoli step, ho capito che era fondamentale, soprattutto per il tema delle responsabilità e dell’ownership dei progetti. E infatti da lì in poi tutti i cambi organizzativi li abbiamo sempre affrontati così: devono essere utili, risolvere un problema reale. Non esiste che mi sveglio una mattina e dico “da oggi usiamo questo tool perché secondo me è bello”. Deve esserci un trade-off concreto.

Questa cosa possiamo permettercela anche perché Marketing Espresso è una realtà indipendente. Non dobbiamo rendere conto a investitori o fondi. E non perché avere investitori sia una cosa negativa, anzi: se qualcuno crede in te al punto da finanziarti, tanto di cappello. Però è evidente che chi investe vuole qualcosa in cambio, spesso legato a obiettivi economici nel medio-lungo periodo.

E quindi, molto spesso, le strutture che vengono imposte servono a inseguire quei numeri. Numeri che rischiano di far perdere di vista l’obiettivo più ampio di un’azienda, soprattutto oggi.

Io sono molto contrario a misurare il valore di un’azienda solo con indicatori economico-finanziari. Non perché fatturato, utile o EBITDA non siano importanti — se no non paghi gli stipendi — ma perché un’azienda, oggi, è uno degli agenti più influenti del mondo.

Esistono le istituzioni, esistono le persone e poi esistono le aziende private, che hanno un peso enorme. Basta pensare all’influenza di alcune aziende tech: in certi casi è quasi paragonabile a quella di uno Stato. Per questo credo che ogni azienda abbia anche un ruolo sociale, un valore che crea nel mondo, e che dovrebbe essere misurata anche in base a quello. Anche se, purtroppo, non esistono indicatori numerici precisi per farlo.

Da poco avete lanciato un questionario insieme a Serenis che nasce dal bisogno di ascoltare come stanno Gen Z e Millennials. Quando è stata l’ultima volta che tu, come persona, hai sentito di non essere ascoltato?
Chi fa l’imprenditore, soprattutto in Italia, vive dentro una retorica un po’ strana. Molte persone hanno un’idea abbastanza distorta di chi fa impresa: o l’imprenditore borioso che ostenta quello che ha, o quello irraggiungibile. In realtà quella è forse l’1–2% dei casi. La maggior parte sono persone normalissime, che si fanno un mazzo così, che magari ce l’hanno fatta o magari hanno chiuso, ma che sono tranquille e spesso anche molto disponibili ad aiutare gli altri.

Questa narrazione è alimentata sia dal sistema, sia dal fatto che spesso a esporsi sono proprio quelle figure che incarnano quello stereotipo, quindi è normale che dall’esterno l’immagine sia quella. Però la realtà è diversa.

Chi fa l’imprenditore vive pressioni che difficilmente vengono comprese. E questo porta spesso a sentirsi soli. La mia fortuna è di avere un socio e avere attorno altre persone con cui confrontarmi. Ma chi porta avanti un’impresa — soprattutto quando le cose non vanno sempre bene — vive momenti di up and down continui e una responsabilità costante che è difficile da spiegare a chi non la vive.

Per questo è raro sentirsi davvero ascoltati, ma ancora più raro sentirsi capiti. Già trovare qualcuno che ti ascolta è un lusso. Trovare qualcuno che ti capisce davvero, soprattutto se non vive le stesse dinamiche, è ancora più difficile.

Personalmente ci sono periodi dell’anno in cui questo senso di solitudine si sente di più. Sono i momenti più duri, quelli di maggiore stress, quelli in cui magari dormi meno. E ovviamente anche il modo in cui vedi le cose è influenzato dalla tua condizione psicofisica. È un po’ quella che io chiamo la “tragedia dell’imprenditore”: sentirsi come il pinguino che cammina da solo verso le montagne, lontano dal gruppo.

Detto questo, c’è una cosa fondamentale che spesso viene sottovalutata: preservare il proprio equilibrio psicofisico. Vale per tutti, ma ancora di più per chi ha grandi responsabilità. Perché se manca quello, tutto il resto lo vedi in modo confuso, ovattato, poco lucido.

Nella retorica imprenditoriale questa cosa viene quasi denigrata: si esalta sempre chi spinge al massimo, chi va oltre il limite. Ma in realtà, se hai equilibrio, riesci a spingere nei momenti giusti. Non puoi spingere sempre.

Fare impresa non è uno sprint da cento metri, è una maratona lunghissima. E alla fine non vince chi fa uno sprint di un mese e poi crolla per undici. Vince chi riesce a rimanere costante nel tempo.

Nel questionario ponete una domanda molto forte: se sia mai capitato di usare strumenti di AI per affrontare un problema emotivo, anche solo per scrivere un messaggio o sentirsi meno soli. Ti ricordi la prima volta in cui ti sei reso conto che la tecnologia non stava più risolvendo qualcosa di “pratico”, ma stava toccando una dimensione emotiva?
Con le AI questa cosa è venuta fuori tantissimo, perché evidenzia proprio uno step tecnologico. Prima, anche con Google, tu cercavi un’informazione, la prendevi dal web e poi la elaboravi con la tua testa. L’AI fa uno step successivo: prende l’informazione, ma la elabora anche per te.

Secondo me è uno strumento iper utile, soprattutto quando lavora su dati, pattern, grandi quantità di informazioni. Se hai tanti dati e chiedi all’AI di aiutarti a trovare connessioni o fare considerazioni, lì fa un lavoro che prima era molto difficile fare senza strumenti specifici o senza tantissimo tempo.

Il problema nasce quando non si tratta più di risolvere qualcosa di pratico, ma qualcosa di mentale o emotivo. Se devo capire come rimettere a posto il coperchio del computer, va benissimo. Lì non c’è interpretazione. Ma quando il problema non è tecnico, quando è psicologico o legato al pensiero, l’elaborazione dell’AI può diventare un rischio, perché è come se ti desse risposte che non ti stai dando da solo.

Io le AI le uso spesso per fare brainstorming o per mettere ordine in cose che ho un po’ confuse in testa. Ma le uso in modo attivo: butto dentro quello che penso, prendo l’output e poi lo valuto. Non come una verità assoluta, ma come un modo per dire “ok, questo mi torna, questo no”.

Il rischio vero è quando sei indeciso e cerchi nell’AI un’ancora di salvezza, una risposta che tu non hai. Lì rischi grosso, perché stai delegando qualcosa di molto delicato a uno strumento che ha informazioni limitate e che non ti conosce davvero.

È anche per questo che probabilmente vedremo sempre più regolamentazioni, prima negli Stati Uniti e poi anche in Europa. Perché se usate con metodo e supervisione, le AI possono essere molto utili. Penso, ad esempio, a un supporto psicologico in cui, accanto al terapeuta, ci sia anche un’AI addestrata che aiuta in alcuni momenti, ma che capisce quando fermarsi e rimandarti a una persona reale, un po’ come fanno oggi i chatbot di assistenza.

Il vantaggio enorme è che l’AI è sempre disponibile, cosa che una persona non può essere. Ma proprio per questo è una dinamica delicata. Le potenzialità sono enormi, ma è anche una cosa che, se usata male, può diventare abbastanza preoccupante.

Stare bene non è un dettaglio. È l’unico modo per crescere senza perdere lucidità, persone e senso.

Se dovessi spiegare a un bambino cos’è l’innovazione e perché oggi alcune persone usano l’AI anche per orientarsi nelle emozioni, che storia racconteresti?
Se dovessi spiegare a un bambino cos’è l’innovazione, partirei da immagini semplici. Gli direi di immaginare che nel mondo esistano infiniti puntini, e che unendo quei puntini puoi creare disegni sempre diversi: una stella, una giraffa, un cane, qualsiasi cosa.

L’innovazione è questo: o scopri nuovi puntini, oppure unisci quelli che già esistono in un modo che prima nessuno aveva provato. Da lì nasce qualcosa di nuovo.

Sul perché oggi alcune persone usano l’AI anche per il supporto emotivo, la questione è più complessa. Credo che abbia a che fare con il bisogno umano di dare un senso alle cose. Viviamo in un mondo con una quantità enorme di informazioni, possibilità, alternative. Tutto è diventato molto relativo, molto soggettivo.

In passato la religione aveva un peso enorme proprio perché offriva dei pilastri, delle regole, dei dogmi. Non perché “prendesse in giro” le persone, ma perché dava un modo per interpretare la realtà a chi non riusciva a spiegarsi quello che stava vivendo. Oggi la religione, per molti, è stata sostituita da mille altre fonti di senso.

La verità è che tutti abbiamo un nostro modo di interpretare la vita. Nessuno è davvero neutro o totalmente oggettivo. Anche chi si dichiara non religioso ha comunque delle credenze che influenzano il modo in cui vede il mondo.

Quando le persone usano l’AI per affrontare dinamiche emotive, secondo me lo fanno proprio per questo: per trovare un senso a qualcosa che non riescono a spiegare. Sarebbe bellissimo avere un libretto di istruzioni per la vita, ma non esiste. Ed è molto difficile stare in una condizione in cui devi ammettere che una cosa non è né bianca né nera, ma indefinita, o che semplicemente non hai tutto chiaro.

Nei momenti di difficoltà è come stare in mezzo al mare con le onde che arrivano. Cerchi qualcosa di fermo a cui aggrapparti, perché hai paura di annegare. Ma spesso non ti rendi conto che quelle onde non hanno davvero il potere di farti affondare: se ti lasci andare, se galleggi, resti comunque a galla.

Il rischio dell’AI è che la risposta te la dia sempre. Ma non è una risposta certa, è una risposta verosimile, basata sulle informazioni che le dai. E quando cerchi qualcuno che ti dica “com’è davvero”, stai affidando qualcosa di molto delicato a uno strumento che non può avere quella responsabilità.

Per questo, secondo me, la tendenza umana a cercare risposte non sparirà mai. Cambieranno gli strumenti, ma il bisogno resterà lo stesso.

Guardando al tuo percorso, quanto hanno contato le persone rispetto alle idee? C’è qualcuno che, anche senza saperlo, ha cambiato il tuo modo di vedere il lavoro?
Marketing Espresso non è nata da un’idea innovativa del secolo. Non ci siamo inventati il fuoco o la ruota. La nostra intenzione era più valoriale che innovativa: raccontare il marketing in un certo modo, più accessibile, più comprensibile, più vicino alle persone.

È stato sicuramente anche un ascolto del contesto. Tra il 2018 e il 2019 la semplificazione dell’informazione stava arrivando un po’ ovunque, non solo nel marketing. Oggi vediamo tante realtà che fanno questo lavoro in altri settori. Ma non è che abbiamo creato un prodotto o un servizio che non esisteva prima: esistono tante accademie di formazione, tante agenzie, tanti media. Sulla parte marketing, forse in Italia siamo abbastanza unici per il tipo di media che siamo, ma cose simili esistono.

La vera differenza l’hanno fatta le persone. All’epoca conoscevo tanti progetti simili, non solo nel marketing ma anche in altri ambiti. Oggi, se guardo chi è andato avanti davvero, si contano sulle dita di una mano. Nella maggior parte dei casi non c’è stato un investimento reale sulle persone.

Marketing Espresso è diventata una realtà solida perché io e Alessandro siamo andati all-in su alcune scelte. Più che essere bravi, siamo stati bravi a crederci. Prima ancora di essere capaci nel fare le cose, siamo stati forti nel dare fiducia al progetto. Perché se tu per primo non credi davvero in quello che stai costruendo, non puoi pretendere che altri lo facciano al posto tuo: che siano collaboratori, partner o brand che investono.

Tutte le persone che hanno fatto parte del team, e quelle che ne fanno parte oggi, hanno cambiato il mio modo di vedere il lavoro, passo dopo passo, attraverso la contaminazione e le esperienze condivise.

All’inizio, ad esempio, non avrei mai pensato di avere un ufficio fisico. Ero convintissimo che nel 2020, figurati nel 2026, non servisse più. Poi ho cambiato idea, perché ho visto che alcune persone lavorano meglio in ufficio che da casa. Avere posizioni troppo rigide non ha senso.

Mi hanno cambiato anche le persone che se ne sono andate. All’inizio eravamo tutti molto amici: lavoravamo insieme e spesso passavamo insieme anche il tempo fuori dal lavoro. In quella fase era giusto così. Oggi Marketing Espresso è una realtà più strutturata e i confini tra lavoro e vita personale sono più netti. Non perché i rapporti siano peggiorati, ma perché sono maturati.

Quando persone con cui hai condiviso anni di lavoro se ne vanno, devi imparare a elaborare la cosa. A non viverla come un tradimento, ma per quello che è: una scelta professionale. Anche questo cambia il tuo modo di vedere il lavoro, le relazioni e la responsabilità che hai verso le persone.

Nel tempo siamo cresciuti tutti, come età e come consapevolezza. E questo, più di qualsiasi idea, è stato il vero motore del percorso.

Costruire qualcosa significa accettare che, crescendo, cambierai anche tu.

Ci sono momenti in cui un progetto cresce senza avere tutto chiaro, ma con una direzione che “si sente” giusta. Nella pratica quotidiana, come si riconosce di stare andando nella direzione giusta anche senza avere tutte le risposte?
Secondo me questa cosa va letta su due livelli. Da una parte c’è una direzione più aziendale, economico-finanziaria, di business. Quella la guardi attraverso i numeri, le previsioni, i dati di settore. Non sei onnisciente, ma puoi fare delle stime basate su quello che vedi succedere nel mercato e su ciò che raccogli ogni anno dall’azienda.

Ma l’azienda non è fatta solo di numeri. È una visione molto più olistica. È un po’ come scegliere l’università dopo il liceo: c’è chi ti dice “fai questo perché c’è mercato e si guadagna bene”, e tu magari pensi “ok, ma a me questa cosa non piace, non ce la farei anche se prendessi molti soldi”.

C’è chi segue solo il cuore, e chi invece cerca una via di mezzo. Secondo me con l’azienda funziona allo stesso modo. Devi guardare sia gli indicatori di business, sia capire se quello che stai facendo fa stare bene l’azienda e le persone che ci lavorano dentro. E questa cosa la percepisci. C’è poco da fare.

Un’azienda può crescere benissimo nei numeri, ma se le persone che ci lavorano stanno tutte male, quello è un segnale enorme. E non parlo solo di ore lavorate. Il burnout non dipende solo dal numero di ore, ma da come ti senti rispetto a quello che stai facendo. Puoi lavorare poche ore su qualcosa che ti pesa tantissimo e stare malissimo, oppure lavorare tante ore su qualcosa che ami e stare bene per anni.

Un altro indicatore fortissimo è l’aria che si respira: se i colleghi si odiano, se i manager trattano male le persone, se i fornitori si lamentano perché non vengono pagati, se le relazioni sono tossiche, quello è un segnale di salute molto negativo, forse ancora più dei numeri.

Al contrario, un’azienda in cui si respira una bella aria è un’azienda sana a livello umano. E questo, alla lunga, conta tantissimo.

È come nelle relazioni personali: all’inizio puoi analizzare mille cose, ma poi c’è una domanda molto semplice che devi porti. Stai bene o stai male? Se stai bene, probabilmente sei nella direzione giusta. Se stai male, forse c’è qualcosa che non torna. Anche se sulla carta sembra tutto perfetto.

Quando pensi al futuro del lavoro e della comunicazione, che tipo di mondo ti piacerebbe contribuire a costruire?
Il mondo della comunicazione è complicatissimo, perché spesso viene visto solo come uno strumento utile a qualcos’altro: comunico per vendere un prodotto, per promuovere un brand, per raggiungere un obiettivo. Ma non ci rendiamo conto che la comunicazione plasma il mondo che ci circonda, perché crea la percezione delle persone.

È vero che esistono persone molto consapevoli, che si informano da più fonti e sviluppano uno spirito critico. Ma, in generale, la comunicazione influenza profondamente l’immaginario collettivo, la percezione della realtà, il modo in cui leggiamo le cose.

È per questo che chi fa comunicazione dovrebbe avere una responsabilità enorme. Pensiamo al giornalismo, al servizio pubblico, ai codici etici che dovrebbero guidare chi informa. Oggi però molto spesso questi principi vengono sacrificati in favore del clickbait, della disinformazione, delle fake news. Perché l’informazione viene trattata come un mezzo, non come un servizio.

Io vorrei contribuire a costruire un mondo della comunicazione più consapevole, più etico, in cui venga messa al centro la collettività e non solo l’utilità del singolo o l’obiettivo immediato. Questo dovrebbe valere ovunque, ma nella comunicazione è ancora più urgente.

Il tipo di mondo che mi piacerebbe costruire è questo: uno spazio in cui la comunicazione non sia solo efficace, ma anche giusta. Un mondo in cui informare non significhi manipolare e in cui raccontare sia un modo per restituire significato, anziché banalizzare fino a perdere il senso delle cose.

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